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Riforma della Scuola e stress degli insegnanti!

Incertezza, confusione ed eccitazione. Ecco come di solito tutte le varie figure e i vari protagonisti della scuola – bambini, insegnanti e genitori – vivono ogni anno i loro primi giorni. Come da copione, a precedere l’evento vi è una grande discussione e dibattito su questioni normative legate alla riforma di turno: sicuramente le immissioni in ruolo di quest’anno apporteranno un senso di maggiore stabilità da una parte, tuttavia si coglie anche un malcontento generale da parte di quegli insegnanti che hanno dovuto trasferirsi, modificando totalmente, o quasi, le proprie condizioni e abitudini di vita.

Ed è proprio sul vissuto degli insegnanti che voglio soffermarmi in questo articolo. La scuola ha attraversato, negli ultimi venti anni, quella che possiamo tranquillamente definire un’epoca di riforme, a partire dalla disciplina della qualifica dirigenziale dei capi di istituto (DL 6/3/98, n°59, pubblicizzata come la prospettiva del dirigente “manager”), fino ad arrivare ad oggi alla riforma denominata della Buona Scuola.

Non voglio entrare nel merito della bontà o meno di questa riforma né di quelle che l’hanno preceduta. Non è e non può essere l’obiettivo di questo articolo, inoltre credo che ogni cambiamento porta sempre in sé aspetti positivi e negativi, tentativi genuini di migliorare la situazione che possono essere in alcuni aspetti ben ponderati, in altri proposti in maniera superficiale e sicuramente migliorabili. Lavoro nella scuola da oltre 17 anni accanto agli insegnanti ogni giorno, ho cercato di comprendere a fondo tutte le riforme che hanno investito la realtà scolastica negli ultimi anni e credo di poter affermare che non ci sia stata sinora una riforma solo buona o cattiva, la scuola è un ambito talmente complesso da gestire che, qualsiasi tipo di riforma la coinvolga, inevitabilmente porterà con sé aspetti apprezzabili e aspetti con ampio margine di miglioramento.

Ma una cosa credo di poterla affermare con certezza: al di là della bontà o meno delle riforme stesse, non sempre, oserei dire quasi mai, gli insegnanti sono stati adeguatamente preparati in anticipo ad affrontare i cambiamenti che queste avrebbero comportato nel contesto scolastico in cui si sarebbero trovati ad operare. Questo ha comportato spesso un malcontento generale e vissuti di stress, se non di vero e proprio burnout.

La fatica di andare a scuola che sente un insegnante, piuttosto che il piacere di farlo, non è soltanto un problema dell’insegnante, ma è un problema che riguarda tutti noi. Agli insegnanti è affidato un compito delicato e prezioso: quello non solo di istruire, ma soprattutto di educare i nostri figli. Un compito talmente prezioso, che in alcuni paesi del Nord Europa è riconosciuto tra le professioni più prestigiose, con un conseguente riconoscimento anche economico molto diverso da quello che c’è in Italia.

Questo dovrebbe farci riflettere. In Italia linsegnante sta perdendo sempre di più quel ruolo sociale che aveva un tempo, spesso viene criticato, attaccato, visto come incompetente a gestire i sempre più diversificati Bisogni Educativi Speciali e non, e questo non può essere un problema che riguarda solo gli insegnanti. È un problema che riguarda tutti noi.

Da psicologa e formatrice scolastica mi chiedo perché, cosa succede e come si può rimediare. Sicuramente esistono insegnanti che lavorano male, ma esistono anche insegnanti che danno l’anima ogni giorno perché le cose funzionino e, diciamolo pure, molte situazioni scolastiche vanno avanti grazie a questi insegnanti. Il problema è che non va bene: né l’una né l’altra condizione, tutti gli insegnanti dovrebbero trovarsi nella condizione di poter operare al meglio, di poter essere riconosciuti, se fanno un buon lavoro, di poter essere sostenuti se hanno difficoltà a farlo o formati in maniera competente e specifica.

Gli insegnanti fanno un mestiere difficile, delicato, eccitante, stressante e meraviglioso allo stesso tempo. Esistono in Italia situazioni scolastiche eccellenti, in cui davvero si fa una “buona scuola”, esistono poi situazioni davvero deprimenti. Sicuramente lessere investiti di continue innovazioni sia sul piano formativo che di programmazione didattica non aiuta, o meglio non aiuta almeno nella misura in cui non si viene preventivamente attrezzati a comprendere, prima, e a realizzare, poi, il cambiamento proposto. Sottolineo con forza l’aspetto di formazione “preventiva”, poiché so bene che non appena la riforma di turno entra in vigore gli insegnanti sono coinvolti in corsi di formazione di vario tipo, anzi c’è una vera e propria corsa al capire cosa dobbiamo fare di diverso adesso, ma questo attrezzarsi in corsa, non aiuta, non rassicura, non sempre trasferisce competenze reali, non fa che aumentare l’ansia e la percezione di dover star dietro a qualcosa che corre più avanti di loro, non fa che aumentare lo stress.

Dobbiamo prenderci cura degli insegnanti, dobbiamo prevenire il loro stress e il loro burnout. Non possiamo solo limitarci a notare ciò che sanno e non sanno fare, dobbiamo chiederci se sono messi nelle condizioni di lavorare al meglio, ne va del benessere dei nostri figli e del futuro della nostra società.

 

Credit Photo: Photo in Creative Commons

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