Psicologia diversamente abile

Che ne dicano i w-ebeti, la vita con disabilità è bella!

 

Recentemente hanno fatto scalpore le vicende di cyber-bullismo che hanno segnato un’inquietante evoluzione di questa prassi vergognosa, in quanto sono state prese di mira due donne disabili. Ad aumentare lo sconcerto è stata la violenza delle offese, pesantemente declinate in senso sessuale e che sfruttavano proprio la condizione di disabilità per umiliare.

Bisogna dire comunque che nonostante lo scioccante squallore di ciò che è accaduto c’è stata un’immediata reazione della società civile, delle Autorità e dei media che ha portato ad una gara di solidarietà nei confronti delle vittime e alla stigmatizzazione dei cyber-bulli.

Tuttavia è bene fare una serie di considerazioni utili a prevenire questi fenomeni o quanto meno a limitarne la portata, soprattutto a beneficio dei giovanissimi che hanno minori mezzi per contrastare la violenza che viaggia sul web. A volte i media, con l’intento/pretesto della denuncia, hanno contribuito a dare visibilità e spettacolarizzare gli insulti, senza riuscire a darvi una risposta nel merito.

Innanzitutto c’è da rilevare che il filtro informatico determina un’ulteriore disumanizzazione che porta ad abbattere ogni tabù: generalmente le persone disabili non sono oggetto di offese così sfacciate e meschine, un velo di ipocrisia ha sempre mitigato i sentimenti più negativi. Evidentemente l’ambiente dei social sta diventando un “far west” in cui profitto e anomia fanno proliferare una brutalità psicologica che non risparmia più nessuno, neanche chi deve convivere con condizioni fisiche estreme.

In secondo luogo è importante riflettere sul fatto che i primi eclatanti casi di cyber-bullismo rivolto a persone con disabilità hanno interessato due donne. Si conferma purtroppo l’evidenza che il genere femminile è il terminale di ogni tipo di violenza e che la sessualità è ad un tempo leva e strumento per ferire. Amaramente beffarda la constatazione che nel maltrattamento non c’è discriminazione: le donne disabili sono come tutte. Al genere femminile non è concesso di disporre liberamente del proprio corpo, c’è sempre qualcuno che si arroga il diritto di imporre il limite della decenza. Non si perdona il mostrare pubblicamente il proprio corpo nella sua sensualità e nelle sue menomazioni, neanche per una campagna di sensibilizzazione, né di raccontare la storia d’amore tra un ragazzo non disabile e una ragazza disabile e il loro desiderio di avere dei figli. Il sesso e il corpo diventano, così, armi di offesa privilegiate come nelle guerre e nelle peggiori famiglie.

In terzo luogo, c’è da sottolineare che non sono vicende private. Non perché le dirette interessate le hanno, giustamente, rese pubbliche, ma perché non lo sono mai state. Coinvolte sono  tutte le persone con disabilità, tutte le donne e, in ultima analisi, tutta l’umanità perché essere umani implica, in ogni momento e per chiunque, la possibilità di essere deboli, diversi, malati e bisognosi.

Sono stati definiti imbecilli, w-ebeti, tuttavia, anche se probabilmente si tratta di persone di scarso intelletto e profondità d’animo, non bisogna commettere l’errore di sottovalutare l’effetto corrosivo delle loro azioni che possono aprire voragini di disvalori nella società civile. Ciò perché, come detto, purtroppo le loro offese, in gran parte, poggiano su stereotipi diffusi nel senso comune ai quali è necessario rispondere con riflessioni contro-intuitive che facciano fare a tutti un balzo in avanti di consapevolezza e libertà.

Urge anche una riflessione sulla gestione mediatica delle vicende in questione. Sono state fatte scelte diametralmente opposte rispetto alla visibilità concessa ai contenuti. In un caso la pagina Facebook nella quale erano pubblicate le offese è stata immediatamente oscurata e non è stato fatto trapelare nessuno degli insulti presenti sulla pagina ma solo spiegato il loro tenore.

Nel secondo caso invece è stato scelto di darne ampia e dettagliata visibilità. Scelte entrambe comprensibili e rispettabili anche se nel secondo caso è stata investita un’intera comunità di persone che condividendo la patologia con la diretta interessata senza aver avuto possibilità di scelta. Inoltre, è abbastanza eclatante il paradosso relativo al fatto che le provocazioni di uno o di pochi sono state lette da centinaia di migliaia di persone (il video in cui vengono letti gli insulti ha totalizzato quasi un milione di visualizzazioni).

È doveroso perciò interrogarsi sul limite tra la denuncia della violenze subite e la loro spettacolarizzazione, alla quale peraltro non ha fatto seguito una risposta nel merito. Non a caso alcune questioni sono state riprese anche da persone che si sono dissociate dagli insulti più offensivi.

Una di questa è la legittimità della genitorialità da parte di persone con disabilità soprattutto se hanno una patologia a carattere ereditario. Alcuni hanno messo in discussione la scelta di concepire un figlio con alte probabilità di far ereditare la stessa malattia.

Le considerazioni che si possono fare rispetto a questo sono diverse. Innanzitutto non sempre una persona che è affetta da una patologia a trasmissione ereditaria trasmette la sua patologia al figlio: le probabilità possono variare tra il 25 e il 50% a seconda che essa sia legata ad un gene dominante o recessivo (ovviamente in presenza di un partner non portatore della stessa malattia). Al di là di ciò, che può sembrare un gioco con la sorte poco responsabile, bisogna tener presente che solo una minima percentuale delle varie forme di disabilità è legata all’ereditarietà e, di queste, un’esigua minoranza è imputabile a persone affette dalla patologie: nella maggioranza sono genitori portatori sani a generare figli malati. Da questi fatti, ne consegue che ritenere “immorale” concepire un figlio avendo una patologia ereditaria, implicherebbe per logica il biasimo di tantissime altre attività causa di incidenti, traumi e malattie con prognosi invalidante quali fare sport, andare in moto, lavorare senza le dovute protezioni, e così elencando fin ad arrivare all’atto stesso del nascere, dato che moltissime forme di disabilità scaturiscono da sofferenza perinatale. Analogamente, bisognerebbe investire di riprovazione chiunque concepisca figli senza aver effettuato tutte le analisi per escludere di essere portatore di una patologia ereditaria.

La strada verso un’ingegneria eugenetica è lastricata di buone intenzioni, quale sarebbe quella di non far soffrire il povero nascituro. Tuttavia, scioccante a dirsi, ma la vita di un bambino disabile è sicuramente piena di difficoltà e di sofferenza, ma non è certo una condanna, anzi può essere anche più gioiosa e soddisfacente di quella di altri bambini che soffrono per fattori di carattere sociale, economico o psicologico.

La vita di una persona disabile è piena di possibilità lavorative e sentimentali. Esistono tanti esempi di vite fatte di autorealizzazione professionale, impegno sociale e/o vita sentimentale. Essere una persona con disabilità non significa affatto essere inutile, né amare una persona disabile significa essere un devotee (un feticista della disabilità).

Tanto per citare un illustre. Michel Petrucciani grandissimo pianista Jazz “sul fronte personale ebbe cinque relazioni significative, con donne che lui chiamava “mogli” anche senza averle sposate. Anche il suo matrimonio con la pianista italiana Gilda Buttà finì con un divorzio. Ebbe due figli, uno dei quali, Alexandre, avuto dalla canadese Marie-Laure Roperch, ereditò la sua malattia.”

 

Riferimenti bibliografici

David Hajdu, Heroes and Villains, Da Capo Press, 2009, ISBN 978-0-306-81833-2