Psicologia della vita quotidiana

Utero in affitto: quell’oscuro oggetto del desiderio

Una riflessione psicologica su utero in affitto

 L’immagine è tratta da una delle copertine del libro “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley, che nel suo libro ha descritto una società futura, non troppo lontano per la verità, nella quale la procreazione è completamente sganciata dai rapporti sessuali.

 

Monica Ricci Sargentini è una giornalista del Corriere della Sera che, volendo capire meglio come viene gestita nei centri specializzati la maternità surrogata, ha deciso di prendere un appuntamento in un Centro Californiano.  Nel suo articolo racconta come si è svolto questo primo appuntamento, scoprendo fatti molto importanti (a fine post, vi lascio il link al suo racconto completo). Nella sua descrizione si presentano scenari ai quali io, e molto probabilmente molti come me, non avevano nemmeno pensato: uno mi ha colpito in particolare… La Sargentini ad un certo punto chiede: “ma se la mamma surrogata dovesse cambiare idea e tenersi il bambino?” La coordinatrice dei pazienti le risponde: “La mamma sei tu, lei è la portatrice. E sei tu che decidi tutto, anche se farla abortire. La legge ha più volte stabilito che lei non ha alcun diritto.”

Non commento subito e parto da alcune informazioni tecniche.

Si definisce utero in affitto o meglio, maternità surrogata, la pratica di procreazione nella quale una donna accetta di affrontare la gestazione e il parto per altri.

Ci sono due forme di maternità surrogata o “gestazione per altri” (GPA): la Surrogazione gestazionale, che consiste nel trasferimento nell’utero della madre surrogata di embrioni formati con il seme del padre e della madre (o di donatori nel caso di sterilità di uno dei due). Questa forma viene utilizzata da donne che non possono sostenere una gravidanza. La Surrogazione tradizionale, in cui il seme del padre è utilizzato per fecondare la madre surrogata che è quindi anche la madre biologica del bambino (forma praticata da coppie omosessuali maschili).

Chi può ricorrere a queste forme di maternità? In genere donne prive di utero o ovaie, donne che soffrono di patologie che metterebbero a rischio la vita della gestante e coppie di uomini gay.

Il primo mito da sfatare riguarda il collegamento, ormai praticamente quasi assoluto nei dibattiti pubblici e privati, che chi usufruisce dell’utero in affitto è gay. Qualche giorno fa ho letto una statistica ripresa dall’Ansa che riporta due dati molto significativi: il primo, che le gravidanze in affitto portate a termine aumentano, negli Stati Uniti, ogni anno del 20%; il secondo dato riguarda gli “utilizzatori finali” di questo metodo di procreazione, secondo la Sai (Surrogate Alternatives Inc.), sette su dieci sono coppie eterosessuali, il resto sono coppie gay e uomini single. Io ritengo che questo dato sia estremamente importante e significativo perché spesso, soprattutto in Italia, si prova a strumentalizzare i temi legati ai diritti civili e la procreazione, legandoli esclusivamente agli omosessuali, introducendo così una distorsione che spesso rende difficile ragionare in modo produttivo sulle diverse situazioni.

Svincolato quindi l’utero in affitto dalla sola pratica omosessuale possiamo ragionare in libertà sul valore della stessa da un punto di vista psicologico.

Il titolo del mio post “L’oscuro oggetto del desiderio” che riprende il titolo di un famoso film di Luis Buñuel, mette l’accento sull’aggettivo “oscuro”, nel senso che io non riesco a trovare nessun vantaggio nell’uso di questa pratica di procreazione nella ricerca di un desiderio di maternità o paternità.

Proverò di seguito ad argomentare la mia affermazione da tre punti di vista, tre angolazioni differenti ma, come capita spesso, legate le une alle altre:  il dono, il mercato e il corpo.

 

È solo un dono…

Molti affermano, e alcuni paesi tra i quali l’Inghilterra lo inseriscono in modo esclusivo nella propria legislazione, che la sola e giusta modalità per legittimare questa pratica è che sia un dono, ovvero che non ci sia alcun interesse economico. La maternità surrogata è legittima ed eticamente accettabile solo se si trasforma in un atto di generosità.

Rifletto, molto semplicemente, sul senso di un regalo; io posso donare qualcosa di mio, sono libero di regalare ad altri un oggetto, anche molto prezioso, tutti i miei beni, compresa la mia stessa vita, e nessuno può contestare la mia decisione. Il problema in questo caso è che il dono riguarda un essere umano che per giunta non è neanche nostro. Sì, perché i figli non sono una nostra proprietà privata, come avveniva nell’antica Roma, e allora come posso donare una cosa che non è mia? I figli sono affidati ai genitori i quali hanno il diritto/dovere di accudirli ed educarli, cercando di dargli gli strumenti per essere persone più possibile felici, facilitando, nella crescita, soprattutto l’indipendenza e la libertà, l’esatto contrario del possesso che prevede che una cosa comprata è mia per sempre.

Il concetto di dono si basa, quindi, sull’erronea concezione che l’utero sia una sorta di incubatrice, un luogo neutro che produce un prodotto, una proprietà, che si può scambiare, barattare o donare.

 

È solo libero mercato…

Il secondo aspetto è quello che in assoluto mi fa più rabbia, già la categoria del “dono” è molto ambivalente, figuriamoci quella della compra-vendita.

Vedremo, più avanti, ciò che la psicologia dice rispetto alla relazione madre-bambino e i danni di questa modalità di procreazione, qui però mi soffermo sulla dimensione sociale, quindi politica, dell’utero in affitto. La maggioranza degli stati che consentono la maternità surrogata, tranne poche eccezioni, come abbiamo visto, permettono anche che quest’ultima si possa quantificare in denaro. Si definisce un contratto nel quale la donna si impegna a portare avanti una gravidanza e cedere il bambino alla nascita ai “legittimi proprietari” in cambio di un compenso in denaro.

Ma chi può accettare un simile contratto? In generale mi chiedo: quale potrebbe essere la motivazione di una donna che accetta la richiesta di un estraneo a portare nel suo utero per nove mesi il suo bambino? Sarà un preconcetto, ma è difficile immaginarla benestante, felicemente sposata con prole e con una bella professione e disposta ad accogliere per nove mesi un bambino trascurando magari figli, marito e lavoro! Io penso, e credo di non discostarmi troppo dalla realtà dei fatti, che le donne disponibili a questa pratica semplicemente sono persone povere che “concedono” il loro utero per soldi. E allora provo rabbia perché questo legittima la prepotenza dell’uomo ricco sul povero, legittima lo sfruttamento del corpo degli altri (come nella prostituzione) a fini economici; solo perché io sono più fortunato e ricco posso permettermi di pagare una donna che per necessità si deve sottomettere ai miei desideri!

Non importa se la coppia sia composta da omosessuali, un uomo solo, una donna sola o una coppia eterosessuale, qui è in gioco il principio più profondo della dimensione umana: la libertà, che purtroppo molto spesso si perde quando siamo in difficoltà e con essa si perde anche la dignità. Nel mondo esistono milioni di bambini che vivono in condizioni al limite della sopravvivenza, in orfanotrofi, brefotrofi, bambini sfruttati, violentati, senza cure e molto spesso anche senza cibo, mi chiedo: ma perché mai noi dobbiamo soddisfare a tutti i costi il desiderio di maternità e paternità biologica, anche se questo calpesta l’altro e produce sofferenza? Qui è in gioco quindi non solo la dimensione psicologica, ma anche e soprattutto quella di classe di appartenenza, la casta che mi legittima la spesa di oltre 100 mila euro per portarmi a casa “l’oggetto, oscuro, del mio desiderio”.

Anni di lotta di classe, comunismo, emancipazione economica e culturale buttati al vento. Secondo me, prima ancora della destra ancorata ai tradizionali valori della famiglia si dovrebbero indignare gli uomini e le donne di sinistra, le femministe (ed infatti lo hanno fatto con diversi manifesti, come quello pubblicato da Libération e firmato da oltre 160 personalità), chi combatte le ingiustizie salariali, sociali, chi parla di uguaglianza di diritti: ecco perché ritengo che la mia riflessione non è, e non vuole essere, in nessun modo, una riflessione ideologica o di parte.

 

È solo un corpo…

“Noi siamo esseri relazionali”

Arrivo quindi alla terza e ultima riflessione, quella psicologica, sulla pratica dell’utero in affitto. La caratteristica più importante degli esseri umani, quella per la quale penso che valga veramente la pena vivere è che noi siamo esseri relazionali; fin dal concepimento siamo nati per amare ed essere amati.

Esistono innumerevoli studi che descrivono il profondo legame che si costituisce tra la madre e il bambino, ricerche che hanno dimostrato che il neonato riconosce e preferisce selettivamente la voce della madre rispetto a quella di altre donne; lo stesso per l’odore del suo latte e alcuni tratti comportamentali. Tutto è programmato affinché il bambino e la madre (in futuro anche il padre), si leghino tra di loro in nome di una protezione e un sano sviluppo.

Ricerche a parte, veramente esiste qualcuno che possa affermare con certezza che durante i nove mesi di gravidanza il bambino non venga fortemente influenzato dalla madre e che, anche se non riconosciuto razionalmente, non si crei tra i due un legame potente? Come si può pensare che il bambino sottratto a quella madre non produrrà in entrambi (madre e bambino) una ferita difficilmente sanabile, ancora di più quando da grande qualcuno gli dirà com’è nato?

Io, addirittura, mi spingo ancora oltre… Nel mio lavoro di psicoterapeuta mi occupo anche di coppie e mi è capitato di avere in terapia donne e uomini che provavano ad avere un bambino, e così ho potuto verificare personalmente che la relazione tra genitori e figli nasce ancora prima del concepimento. Mi ricordo di una giovane donna che aveva deciso con il suo compagno, dopo un periodo di difficoltà, di avere un bambino. Ho capito che il suo desiderio si stava consolidando dentro di lei quando mi ha iniziato a parlare di come si immaginava sarebbe stato questo bambino, lo prefigurava nella sua mente, si immaginava il suo viso, le serata passate insieme e molto altro. Questi aspetti – i desideri, le fantasie, i legami, la costruzione di una maternità, la nascita e poi tutto lo sviluppo affettivo –  sono solo alcuni degli elementi che ci rendono e ci permettono di rimanere umani nonostante il progresso e i nuovi diritti acquisiti. Annullare queste spinte profonde vuol dire trasformare le persone in oggetti.

Naturalmente è chiaro che ci sono, come ho affermato prima, bambini che nascono in condizioni di grande disagio, che hanno avuto la fortuna di avere dei genitori adottivi affidabili, che si sono legati a loro con profondo amore, consentendogli di sanare la loro ferita. La genitorialità si costruisce ed è proprio vero che un bambino si lega alla persona che lo ama, anche se non è il genitore biologico. Io però mio chiedo perché farlo nascere già con questa ferita? Una cosa è sanare una ferita, altra cosa è crearla!

 

Riferimenti

Se volete approfondire il tema del mercato dell’utero in affitto, vi consiglio di leggere questo breve racconto di una giornalista, Monica Ricci Sargentini, che ha contattato un centro Californiano per la maternità surrogata, ecco il link: “Il mio viaggio nella clinica dove si affittano gli uteri” https://goo.gl/Yiegrm


  • Simonetta Putti

    Sergio Stagnitta, mi piace questa tua riflessione e trovo punti di concordanza con quanto ho scritto (insieme alle colleghe Ceresa e Bianchi Mian) nel libro Utero in Anima, edito a luglio 2016.. e spero tu possa leggerlo, per poi riparlane insieme.
    I punti caldi della nostra riflessione si sono articolati attorno ai temi del Limite, del Narcisismo, dell’Onnipotenza… cercando di sollecitare riflessioni e domande attorno alla pratica della G.P.A. che ben rappresenta anche la deriva del biocapitalismo. Una possibilità, peraltro, che già da molti anni si è praticata nella zona grigia del non detto, e che prepotentemente è venuta alla ribalta nel 2015. Innanzitutto concordo con quanto tu evidenzi, ovvero la in-opportunià di legare la pratica in questione alla dimensione omosessuale: un errore tattico è stato fatto (a mio parere) nel confondere la tematica della G.P.A. con l’approvazione della legge Cirinnà.. si tratta di realtà distinte, e sappiamo che la confusione non giova.
    Il punto fondamentale è a mio parere la responsabilità che i genitori si assumono nei confronti del figlio programmato con la metodica in questione, ovvero un soggetto ‘terzo’ sulla pelle del quale non si può rischiare. Parlo di rischio perchè le ricerche citate a supporto della ‘bontà’ della tecnica in questione.non appaiono sufficienti, mentre gli studi sull’epigenetica avvalorano chiaramente le influenze prenatali.
    Dovendo contenere il mio commento, accenno soltanto all’etica che dovrebbe guidare le nostre scelte e ricordo il pensiero di Hans Jonas (medico e filosofo): “Non si deve mai fare dell’esistenza o dell’essenza dell’uomo globalmente inteso una posta in gioco nelle scommesse dell’agire”.

    • marsipuc

      Premesso che non considero essere genitori un diritto e che per volere un figlio non si può passare sopra al corpo di un altro anche perché gli esseri umani non si comprano ne si vendono. Se per diventare genitori noi avessimo dovuto compiere atti che tolgono dignità alle donne e ai bambini noi non l’avremmo potuto fare perché avremmo dovuto vivere con un peso enorme. Premesso anche che se fosse stato possibile adottare avremmo adottato. Alla fine abbiamo preso in considerazione la gpa con moltissima cautela e sospetto. Poi abbiamo intrapreso questo percorso. Mai né noi né le donne e le famiglie americane che ci hanno aiutato abbiamo mai pensato di partecipare ad una compravendita (questa la vedete voi da fuori e non si capisce perché visto che non si compra un essere che nemmeno c’è) né nessuno coinvolto si è mai sentito usato o schiavo o merce (ancora una etichetta appiccicata da fuori). Al contrario abbiamo sentito di essere insieme, adulti responsabili e consenzienti, liberi da pressioni economiche o culturali, in un viaggio che ha portato alla nascita di un bambino che direi è sempre un lieto evento. I rapporti tra di noi non si sono mai interrotti, sono forti e affettuosi e continuano tuttora tra noi, loro, tra loro e i bambini. Non ci sono tra noi persone ferite, danneggiate o infelici, tutti sanno tutto e i bambini conoscono perfettamente le loro origini . Ora perché prendermi la briga di rispondere ad un articolo che fa affermazioni opinabili. Non scrivo per farmi attaccare o provocare. No , sono qui per farvi riflettere che la vostra ideologia (perché per buona parte si tratta di quello non essendoci una ricerca che affermi danni riscontrabili nei bambini o nelle surrogate) porterà inevitabilmente alla discriminazione dei nostri figli perché tentate di farli passare i come figli di un’infamia, esponendoli ad un bullismo che si nutre di questa ideologia che li vede nati di una violazione di diritti umani. E poi come si dovrebbero sentire le donne che ci hanno aiutato e che chiamate schiave. Spiace dovervi dire che non si tratta di donne povere in stato di necessità o incapaci di intendere e di volere e credo che meriterebbero il vostro rispetto. La gpa è un tema delicatissimo con molti punti critici, che vanno affrontati, investigati e compresi come fanno i governi seri, che pur contrastando la gpa, tendono ad informare il cittadino e a metterlo in guardia dei molti rischi del percorso. La nostra è stata una storia felice, nulla a che vedere con le storie orribili csu cui si basano i vostri ragionamenti, ma ci sono anche (una minoranza di) storie orribili che vanno raccontate e la gpa è un argomento da affrontare con coraggio, onestà e umiltà, perché se anche a voi stanno a cuore la libertà e la dignità dell’essere umano e credetemi il proibizionismo ideologico non è la soluzione ad un bisogno così profondo come la genitorialità.

      • Gaietta Potenza

        Non tutta la genitorialità surrogata può essere guardata con diffidenza e/o con biasimo; secondo me l’errore è sempre quello di fare d’ogni erba un fascio. Molto interessante la tua posizione, ma glissa su alcuni nodi cruciali. Non potevi adottare e non dici perché, non potevi generare naturalmente e di nuovo non dici per quale ragione, ma posso capire il desiderio di trasmettere il proprio DNA. Specie se sei legato ad una donna che per qualche ragione non può portare in grembo un figlio, ma ha i suoi ovuli, e volevi unire il tuo DNA al suo, posso capire anche l’uso dell’utero in affitto. Ma ecco quello che non mi convince: l’uomo che desidera essere padre, e che non desidera farlo insieme ad una determinata donna, perché non feconda, sia pure con metodi artificiali, la donna “in affitto” che porterà in grembo suo figlio? Perché sceglie invece un ovulo con caratteristiche specifiche (posso permettermi di chiamarle “razziali”?) esponendo così la donna portatrice ad un bombardamento di ormoni, e manifesta disprezzo a priori per le sue caratteristiche fisiche, etniche, intellettuali?

        • Marco Simon Puccioni

          Allora completo la mia esposizione: non posso adottare perché due uomini in Italia, a differenza di altri paesi europei, non possono adottare per legge. L’unica soluzione sarebbe andare a vivere in un altro paese europeo e prendere lì cittadinanza e residenza. Non posso generare con il mio compagno per ovvi motivi. Non avevo nessuno speciale desiderio di trasmettere il mio DNA, semplicemente era l’unico modo per mettere al mondo un figlio senza dover passare per impossibili autorizzazioni statali, ma semplicemente, come fanno le persone fertili per accordo e concordia tra le parti genitrici. Non costruite narrazioni che non esistono: Non eravamo e non siamo interessati a nessuna purezza razziale, né inseguiamo il bimbo perfetto biondo e con gli occhi azzurri, i nostri figli sono dei sangue misto, non sono nè biondi né con gli occhi azzurri (ma non ci sarebbe stato niente di male se fossero stati così). Genitori per noi non sono quelli che mettono i semi, ma quelli che vogliono crescere i figli. Naturalmente è stata una preoccupazione che gli ormoni presi per far partire la gravidanza potessero essere un rischio per la salute. I dottori ci hanno detto di no e credo che se ci fosse stato un problema di salute a distanza di 9 anni si sarebbe manifestato, ma per fortuna le donne che ci hanno aiutato sono in buona salute e ci vengono a trovare quando possono come noi andiamo da loro tutte le volte che riusciamo.

          • Gaietta Potenza

            Ti ringrazio per i tuoi chiarimenti. Manca però il dato essenziale: la donna che ha fatto “partire la gravidanza”, come tu dici, come mai ha dovuto prendere ormoni? Se tu avessi usato un suo ovulo ciò non sarebbe stato necessario. Tu dici, criticandomi: “Non costruite narrazioni che non esistono: Non eravamo e non siamo interessati a nessuna purezza razziale”. Ma quelli che scelgono l’ovulo su un catalogo la pensano come te? Puoi entrare nella mente di Elton John, per esempio? Io faccio parte di una generazione, quella che ha dato vita al ’68, in cui la riproduzione dei nostri amici gay passava con molta semplicità attraverso l’utero, e l’ovulo, delle amiche disponibili. Con o senza strumenti trasmettitori artificiali.

          • Marco Simon Puccioni

            Gaietta, ogni pratica umana ha una sua storia, se 30-40 anni fa i gay facevano i figli con le loro amiche lesbiche o meno in modo naturale, bene, c’erano storie che andavano bene altre che andavano male, perché restava il problema di fare un figlio con una persona che non era intesa come tua compagna di vita (quindi anche in questo caso si potrebbe dire strumentale) ma con cui avevi la responsabilità di crescerlo insieme. Poteva essere un bel modo di mettere al mondo i figli se ci si conosce e ci si vuole bene tutta la vita pur avendo altri compagni/e, si creavano famiglie tri o quadriparentali e con loro crescevano anche le complicazioni e la litigiosità familiare. Poi mi dici perché le donne che fanno la GPA devono prendere ormoni. Nella pratica della GPA se fai un figlio per altri e sai che te ne dovrai prima o poi separare (anche se come per noi, non per sempre), ti aiuta psicologicamente sapere che non hai un legame genetico con quel bambino. Ecco che entra in gioco una donatrice di ovuli e gli ormoni che serviranno a produrre gli ovuli e a mettere in sincronia i cicli delle due donne. Concordo che questa pratica possa sembrare una catena montaggio, ma in realtà quel che fa è esporre la meccanica fisico.chimica del concepimento che di solito avviene nascosta all’interno dei corpi. Questo percorso ha il pregio di obbligarci a riflettere su cosa comporti mettere al mondo una vita umana e quindi essere dei genitori più consapevoli e responsabili.
            Un’ultima cosa. Se tu mi racconti di quanto è stato felice il tuo matrimonio d’amore, e io ti rispondo che ci sono situazioni in cui bambine di 12 anni sono costrette a sposare uomini di 40, alla fine dobbiamo concludere di chiedere l’abolizione universale del matrimonio? Ci sono situazioni e situazioni e quasi tutte quelle che conosco io assomigliano alla nostra, ma tutti vogliamo evitare aberrazioni e sfruttamento ed è per questo che non chiediamo l’abolizione della GPA, ma la sua regolamentazione. Dico tutto questo forse solo per me, tanto so che non cambierò mai le idee di chi ha preso un partito e resterà di quella opinione fino alla fine…mi sbaglio?

    • Gaietta Potenza

      Molto ben detto.

  • Christian Castraghei

    ..posso emigrare nell’Ordine degli psicologi del Lazio che a me, in quello dell’Emilia Romagna mi hanno radiato per molto meno ? TIZIANO TUBERTINI…questo profilo è solo un mio fake visto che mi radiano anche da Facebook costantemente….

  • Educazione Consapevole

    Trovo questo contributo di grande spessore tecnico e umano. Da collega condivido ogni singola parola. GRAZIE!

  • Lelio Bizzarri – Psi

    Credo che le tue considerazioni siano realistiche, ma non di pertinenza esclusiva della Gpa. Anche nella famiglia tradizionale i figli possono essere vissuti come una proprietà o messi al mondo per soddisfare desideri esistenziali dei genitori. Così come i fattori socio economici possono condizionare le scelte delle donne. Non a caso le famiglie più povere sono anche quelle più numerose.
    Io non vedo uno sfruttamento se la donna è tutelata e rispettata. Rispetto al trauma della separazione, è tutto da dimostrare. Francamente penso che siano altri i fattori che possono inficiare il benessere del bambino primo fra tutti la stigmatizzazione. Detto ciò anche io tendenzialmente trovo più sensato agevolare le adozioni, ma posso capire il desiderio di alcune persone di avere figli biologicamente propri.

  • Gabriele Psi

    Condivido tutto ciò che ha scritto Lelio Bizzarri. Aggiungo che le coppie gay utilizzano comunque ovulo e utero di donne differenti, quindi la donna che porta avanti la gravidanza non è solitamente anche la madre biologica. Inoltre trovo un pò superficiale scandalizzarsi per l’uso di termini e per espressioni che appaiono fredde e “da mercato”, dal momento che è un tipo di linguaggio proprio di chi si occupa degli aspetti legali della GPA e che quindi necessariamente usa un linguaggio (come sempre in ogni situazione) “legalese” che ha l’obiettivo di tutelare le parti e non certo quello di farle sentire in un ambiente pervaso da amore, altruismo e accoglienza.