Psicologia della vita quotidiana

Il DDL Fedeli e gli stereotipi nel linguaggio di genere

Le parole plasmano il nostro pensiero, un linguaggio pieno di stereotipi non può che condizionare la nostra vita, soprattutto quella dei bambini

 

“Donne, è arrivato l’arrotino!” (Anonimo)

Se dico un “governante” oppure una “governante” apparentemente sto declinando al maschile o al femminile un sostantivo, ma solo apparentemente però, e adesso vi spiego perché…

Quando utilizziamo il termine “un governante” ovviamente tutti pensiamo ad un uomo, potente, che governa una Nazione, viceversa quando noi utilizziamo il termine “una governante” molto probabilmente pensiamo ad una donna che governa una casa, nemmeno la propria, ma quella dei suoi datori di lavoro. Oppure, quando utilizziamo l’espressione: “un uomo facile” o “una donna facile”, siamo sicuri che stiamo esprimendo lo stesso significato? Nel primo caso probabilmente intendiamo un uomo semplice, magari un po’ ingenuo, tutto sommato un buono, nel secondo quello che abbiamo pensato è inequivocabile. Tutte queste espressioni, secondo L’Accademia della Crusca, sono definite dissimmetrie semantiche.

Ma veniamo al titolo di questo post. In questi giorni sta infuriando la polemica sulla neo ministra Valeria Fedeli, che ha dichiarato di essere laureata e, stando alle ultime notizie, non solo non ha questo titolo ma pare che non abbia nemmeno il diploma di scuola superiore. Io ritengo che la ministra abbia sbagliato, non credo che si presenti bene al paese dichiarando il falso, il problema però è che adesso il dibattito sarà concentrato su questo, e si creeranno i famosi schieramenti dei guelfi e ghibellini: dimissioni sì, dimissioni no! In questo post vorrei provare ad andare anche oltre questa faccenda, perché con o senza la ministra, il tema delle discriminazioni di genere, e non solo, resta attuale. Proprio così, discriminazioni di genere, perché il vero oggetto del contendere è che la ministra nel Novembre 1014 ha proposto un disegno di legge che ha come titolo: “Introduzione dell’educazione di genere e della prospettiva di genere nelle attività e nei materiali didattici delle scuole del sistema nazionale di istruzione e nelle università”. Ecco, questo è il vero tema in discussione, e allora io decido di entrare nel merito, per prima cosa leggendolo accuratamente.

A scanso di equivoci e proprio per evitare di mettermi nella posizione ideologica, di parte, di chi vuole avere un pensiero del tutto o niente, dichiaro serenamente che questo disegno di legge, così come l’ho letto io, non mi piace, è troppo generico e rischia di essere strumentalizzato.  Faccio un esempio: il DDL Fedeli non indica aspetti concreti, ma, proprio perché rimanda ad altri spazi l’individuazione delle discriminazioni e le possibili soluzioni didattiche, la prima domanda che mi pongo è: chi si occuperà di individuare, modificare e formare gli insegnanti tenendo conto di queste indicazioni? Non solo, c’è il rischio che si possa confondere tradizione con discriminazione e allora, magari qualche gruppo particolarmente ideologico, una volta approvato il Decreto, potrebbero utilizzarlo per modificare parti importanti della nostra cultura/tradizione, come ad esempio le fiabe, le poesie o pezzi della nostra letteratura, oppure per modificare il modo, per qualcuna/o stereotipato, di giocare dei bambini.  Ad esempio, sappiamo che ci sono diverse persone che considerano uno stereotipo che il bambino giochi con la spada mentre le bambine con le bambole e vuole indurli a sperimentare il contrario. A mio avviso, nessuno può suggerire ad un bambino di giocare con le bambole e ad una bambina con la spada, semmai si può creare un clima nel quale non verrà discriminato/a o giudicata/o se sceglie di farlo. Non si può imporre per legge che un bambino piccolo debba provare tutte le esperienze, si può solo fargli capire che può farlo. Questa è libertà, l’altra rischia di diventare un modello alternativo a quello tradizionale, altrettanto rigido.

Terza dichiarazione: il rischio, sempre nell’intento di evitare discriminazioni, di introdurre a livello linguistico termini orientati al “sesso neutro” o semplici pronomi neutri. Tutti gli esseri umani nascono maschi o femmine e poi, semmai, sviluppano la loro identità in senso diverso da questa dimensione biologica, noi non dobbiamo negare la prima, semmai accogliere la seconda. Essere liberi per me non vuol dire lasciare che il bambino o la bambina  (avete notato che non utilizzo l’espressione bambin* che considero terribile dal punto di vista della forma, preferisco di gran lunga lo “splitting”, ovvero l’uso della forma doppia) faccia quello che vuole, senza una linea educativa; per me educare alla libertà vuol dire tracciargli una strada ben precisa, fornirgli delle regole chiare, aiutarli e sostenerli nella realizzazione dei loro progetti di vita, riprenderli quando sbagliano e contemporaneamente infondergli la fiducia in se stessi e l’amore per gli altri. La libertà non è una dimensione esterna ma interna all’individuo. Io posso sperimentare nella mia vita ogni forma di esperienze alternative, trasgressive, lontane dalle norme sociali, ma se non sono libero dentro lo farò solo in opposizione ad un modello dominante.

Fatte queste debite premesse, però, sul linguaggio io proprio non transigo, il nostro linguaggio è ancora eccessivamente intriso di discriminazioni verso le donne e le minorazione di ogni tipo, soprattutto verso gli omosessuali e gli extracomunitari.

E così ritorno al DDL Fedeli, concentrandomi soprattutto su questo tema, perché è proprio vero che “le parole sono importanti”, ma non perché lo ha affermato Nanni Moretti nel suo bellissimo film “Palombella rossa” (“Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste. Le parole sono importanti …), ma perché è Dio stesso che ce lo comunica. Io sono sempre rimasto affascinato dalla frase: “In principio era il verbo” Si tratta quindi della “parola” di Dio, la parola creatrice di Dio. Nella genesi, Dio nomina le cose ed esse sono create: Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu. Ecco perché penso che la vera libertà non può prescindere dalla parola, e siccome le parole plasmano il nostro pensiero, un linguaggio pieno di stereotipi non può che condizionare la nostra vita, soprattutto quella dei bambini.

Qualche tempo fa ho letto questa frase: “certo fa pensare il fatto che nessuno definisca una donna maestro, parrucchiere, portiere… Forse le donne non sono degne di titoli professionali come architetta, chirurga, deputata o ministra? O si tratta semplicemente di scarsa abitudine a usare queste forme, dal momento che solo da poco i progressi compiuti dalle donne in campo lavorativo e professionale le hanno messe in gioco?” A scriverlo non è qualche famosa militante LGBT o una femminista di estrema sinistra, ma L’Accademia della Crusca. Credo che chiunque stia leggendo questo post è d’accordo con me nel definirla una Istituzione che ha a cuore le radici, la cultura e la difesa delle tradizione linguistiche…

Mettere mano al linguaggio per destrutturare gli stereotipi è molto importante e non credo, come pensano alcune persone, che sia pericoloso, ovvero che sia la chiave d’accesso all’ideologia gender. Per il semplice fatto che chi la pensa in questo modo, a mio avviso, confonde la “discriminazione” con “omologazione”, “stereotipo” con “identità”, “rigidità” con “radici” e spesso contrappone “natura” e “cultura”. Qualcuno addirittura afferma che lo stereotipo potrebbe essere una delle “linee guida” dello sviluppo del bambino e modificandolo si rischi di confondere le giovani menti.

Noi dobbiamo combattere gli stereotipi e tenerci le differenze. Se io introduco ed aiuto i bambini a dire “chirurga” invece di “chirurgo”, “sindaca” o “ministra”, se spiego ai bambini che anche molti proverbi contengono stereotipi terribili: “donna al volante, pericolo costante – Le bionde sono stupide”, oppure cerco di correggere tutti quegli stereotipi sugli omosessuali, migranti e via dicendo, non sto negando il fascino delle differenze, l’essere maschio o femmina, né tantomeno sto introducendo un pericoloso linguaggio neutro e indifferenziato, sto semplicemente aiutando le persone a riconoscere l’altro per quello che è.

Un ultima riflessione: chi pensa che lo stereotipo sia portatore di una dimensione genetica, naturale, potrebbe anche avere ragione. In effetti, alcuni stereotipi fanno riferimento alla forza fisica dell’uomo e alla maternità della donna: e chi può affermare il contrario! Il problema è che, per definizione, lo stereotipo si tramuta in un pensiero collettivo rigido e generalizzante che blocca, all’interno di schemi precisi, le persone. Ad esempio un uomo debole fisicamente rischia di essere equiparato, spesso ingiustamente, ad un omosessuale, una “femminuccia”, una donna che rifiuta la maternità ad un “maschiaccio”, e potrei continuare così per molte pagine. Ecco, il problema non è negare le differenze, il vero problema è che con la cultura degli stereotipi, se tu provi ad uscire dallo schema nel quale ti ha messo la dimensione collettiva dello stereotipo stesso, sei automaticamente un diverso, e spesso anche un nemico da combattere.

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