Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni

Un viaggio chiamato lavoro

Il lavoro come percorso di vita, come viaggio costante nelle strade della nostra realizzazione professionale e personale

 

A chi non è capitato di fare un viaggio di lavoro? Quante persone lavorano in viaggio? Quanti ancora, e non solo nel passato, si sono messi in viaggio per cercare lavoro?

Insomma, il binomio viaggio-lavoro non è così insolito e le dimensioni psicologiche in gioco sono tante. Basti pensare ai fenomeni migratori e alle dimensioni della speranza di una vita migliore, piuttosto che a quei lavori psico-fisicamente usuranti di chi è sempre su un mezzo di trasporto, magari con l’aggravante della responsabilità di trasportare altre persone, o semplicemente allo stress di una trasferta di lavoro, dove orari, coincidenze, ritardi, ecc. mettono a dura prova il nostro equilibrio cognitivo ed emotivo.

Inoltre, se proviamo a considerare la prospettiva del lavoro come percorso di vita, come viaggio costante nelle strade della nostra realizzazione professionale e personale, non sarà difficile individuare chiavi di lettura delle nostre scelte, passate e future, che possono mettere in moto modalità alternative di vivere il lavoro, anche quando siamo solo fruitori di un lavoro altrui.

Quanti compagni di viaggio caratterizzano il nostro lavoro! E sono proprio i rapporti con queste persone che condizionano il nostro vissuto lavorativo, la nostra soddisfazione e la nostra buona riuscita nel lavoro che facciamo. Non è solo una questione di possedere le competenze tecniche per farlo. Proprio come quando decidiamo di fare un viaggio con amici, non conta solo se il volo è puntuale o l’albergo è pulito, ma piuttosto come decidiamo di organizzarci in gruppo, le scelte individuali più o meno condivise, l’umore o il clima[1] che si crea.

Insomma, è nel percorso che si struttura l’esperienza, la meta ci orienta, ma sono le relazioni che instauriamo lungo questo percorso (o viaggio) che ci permettono di capire, crescere e dare un senso alle cose che facciamo, orientati verso una forma di autorealizzazione[2] nel nostro viaggio della vita.

Ecco che nel cercare di realizzarci, anche nel lavoro, non possiamo prescindere dal percorso relazionale, dal viaggio di emozioni che ci inonda nell’interazione con gli altri e che ci permette di regolarci rispetto al significato che attribuiamo alle cose da fare. Solo così possiamo sviluppare una pratica[3] che funziona insieme agli altri e che ci permette di raggiungere uno scopo che è inevitabilmente comune.

Il viaggio poi, nella maggior parte dei casi, richiede pianificazione, gestione di risorse (materiali e non), gestione del tempo, aspetti decisionali per priorità ed emergenze… tutti elementi che sono quasi la “bibbia” in molti contesti lavorativi, ma che mancano proprio di quel meta-elemento che invece il viaggio porta con se: il piacere di farlo.

E allora perché non provare a ripercorrere un po’ i nostri passi lavorativi, ripensare agli incontri fatti lungo il percorso, ai viaggiatori che credevamo occasionali, a chi ha condotto i nostri treni e le nostre navi della formazione, delle prime esperienze lavorative; perché non proviamo a recuperare i ricordi del nostro viaggio lavorativo, magari riesumando qualche “souvenir” che racchiude un valore simbolico da riscoprire e che molto probabilmente riguarda qualche relazione da cui non abbiamo imparato nulla, ma siamo ancora in tempo per farlo.

Per far si che l’esperienza lavorativa, come quella del viaggio, ci faccia veramente diventare esperti e competenti della cosa più importante per la nostra soddisfazione: le sane, reciproche e funzionali relazioni con gli altri.

 

 

[1] La parola “clima” non a caso è utilizzata nei contesti lavorativi per definire tecnicamente “il tentativo di dare senso e ordine a stimoli esterni; è un percorso che viene effettuato a livello individuale in base alle rappresentazioni mentali interne e attraverso il quale vengono ordinati anche gli attributi dell’ambiente di lavoro”. Mayer e D’Amato (2005)

[2] L’autorealizzazione è in cima alla piramide dei bisogni che guidano il comportamento umano, secondo la Teoria di A. Maslow (1954), e rappresenta uno tra bisogni fondamentali più correlati con la sfera lavorativa.

[3] Il “punto di vista dialogico” (Ochs, 1999) e la psicologia culturale (Cole, 1995) sostengono la necessità di utilizzare, come unità di analisi psicologica,  non tanto il singolo individuo quanto piuttosto le comunità di pratica o i gruppi sociali. E’ infatti solo l’interazione tra individui che rende possibile «l’esistenza di un “universo di discorso”, come quel sistema di significati comuni e sociali che il pensare presuppone nel suo contesto» (Mead, 1934).