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In viaggio: emozioni in valigia!

Di certo si torna cambiati da ogni viaggio, la valigia non conterrà le stesse “cose”: si viaggia anche, o forse soprattutto, per questo, per trasformarsi

 

Pensare al tema del viaggio, e alle emozioni ad esso connesse, evoca davvero scenari infiniti!

Partenze e arrivi, perdite e nuovi incontri, legami fragili e legami ancestrali, ricerca di identità e spensieratezza, curiosità e paure, osservazione e contaminazione, riposo e fatica, conoscenza e autoconoscenza.

Personalmente, sono sempre stata attratta da alcuni aspetti connessi al viaggiare: le partenze, i saluti, il sentimento di nostalgia per ciò che è lontano ed evoca appartenenza e desiderio di ricongiungimento.

Film e libri me ne parlano spesso, come se andassi inconsapevolmente incontro a ciò che richiama frammenti significativi della mia storia personale. Del resto, non è così un po’ per tutti?! Figlia di madre abruzzese e padre calabrese, dell’infanzia ricordo in modo nitido il rituale che accompagnava la partenza per le lunghe e attese vacanze estive che trascorrevamo in Abruzzo: il momento del saluto con i miei fraterni compagni di gioco durava un’eternità, fatto di abbracci, promesse, sorrisi e pianti. E pensare che partivo per andare incontro al divertimento e ai miei amati cugini, lasciando affetti e luoghi che sapevo di ritrovare al rientro!… Per dirla con le parole di Edmond Haracout “partire è un po’ morire”, sempre e comunque. Durante il viaggio in macchina, però, il dispiacere per il distacco lasciava velocemente e prepotentemente spazio all’emozionata attesa dell’arrivo: ed eccomi a cantare a squarciagola canzoni in autostrada!

Crescendo, ho conosciuto e apprezzato anche alti “tipi” di viaggio. In effetti, ne esistono tanti e molto diversi tra loro: si può viaggiare per lavoro, per andare in vacanza, per esplorare ed esplorarsi, per incontrare una persona amata, per cercare un futuro migliore, per mettersi in salvo, per perdersi o per ri-trovarsi. Si può viaggiare da soli o in compagnia, con persone familiari o con estranei, con una guida o all’avventura. Si può viaggiare in treno, autobus, aereo o…con la fantasia! E ciò che si mette in valigia può cambiare tantissimo: emozioni ed aspettative diverse, a volte contraddittorie tra loro.

Ricordo quando, la scorsa estate, decisi di fare il mio primo breve viaggio da sola: 4 giorni a Nizza, proprio a ridosso del tremendo attentato. Avevo scelto la meta prima che avvenisse e decisi di non cambiarla: desideravo esplorare questo nuovo assetto di viaggio, uscire dalla “modalità turista”, non volevo dunque visitare ciò che di meglio la città poteva mettere “in vetrina”, bensì immergermi in essa, respirarne gli odori e gli umori – qualunque essi fossero, anche in un momento di lutto – conoscere la gente del posto, e pure per questo decisi di soggiornare presso un’abitazione privata piuttosto che in un albergo. Esistono dei siti appositamente dedicati ai viaggiatori solitari, a questa diversa modalità e “filosofia” del viaggiare. Fu un’esperienza che porterò per sempre con me: muovendosi da soli in un luogo sconosciuto lo si guarda da un’altra prospettiva, emergono nuove possibilità. Non è necessario fare troppi programmi o meglio ci si può concedere più facilmente di cambiarli e lasciarsi guidare dalla curiosità di ciò che “emerge” e ti circonda. L’attenzione è ai massimi livelli, direi che aumenta la “permeabilità” nei confronti dell’esterno: è chiaro che tu sei l’unico filtro e depositario della memoria del tuo viaggio, di ciò che vedi, che pensi, che senti e che provi. Questo fa sì che tutto venga vissuto più intensamente, soprattutto a livello emotivo. Lo stesso vale rispetto ai potenziali “rischi”: sapere di non avere dei compagni di viaggio rende più scrupolosi, non si può delegare! Certamente, ci sono anche dei limiti in questo tipo di esperienza: manca, per esempio, la possibilità di condividere e successivamente rievocare, con i compagni di viaggio, i momenti vissuti insieme. Come in tutte le situazioni, insomma, ci sono vincoli e possibilità. Di certo si torna cambiati da ogni viaggio, la valigia non conterrà le stesse “cose”: si viaggia anche, o forse soprattutto, per questo, per trasformarsi. 

Trovo molto appropriato, a questo proposito, il noto aforisma che recita “Il vero viaggio non è la meta ma il percorso per raggiungerla”… Un’immagine che si presta molto bene, tra l’altro, a rappresentare anche l’esperienza terapeutica: un incontro che nasce sulla spinta di raggiungere degli obiettivi (un cambiamento nelle relazioni, la remissione di un sintomo, etc.) ma che poi, molto spesso, svela il proprio potere trasformativo nel suo snodarsi, nel camminare (insieme ma per certi versi da soli), nell’andare verso, nel viaggiare, appunto.

E a proposito di viaggi trasformativi, ci sono poi quelli che si intraprende mossi dal bisogno e desiderio di una vita migliore, in alcuni casi di una vera e propria salvezza e possibilità di ri-nascita: si parte alla volta della città dove ci sono centri specializzati per le delicate cure mediche che bisogna iniziare, o ci si imbarca in direzione di un Paese in cui si spera di essere accolti, di trovare terreno fertile per un nuovo inizio. Viaggi della speranza, si dice, appunto. Percorsi in cui ci si gioca tanto, forse tutto, spesso senza valige ma carichi di tante emozioni e pensieri. Scappare, partire senza poter fare una valigia, vuol dire mettersi in viaggio con mille emozioni fluttuanti e intense, da ricollocare all’arrivo, dove probabilmente inizierà un nuovo “viaggio”.

La vita stessa è un imprevedibile viaggio, fatto di viaggi: percorsi, partenze e arrivi, allontanamenti e ritorni, esplorazioni che permettono di crescere e conoscersi in relazione agli altri, al mondo.

 

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