Passaggi resilienti

Strage di Parigi. Non ci fermerete con la paura.

Ieri sera mentre tutti noi ricevevamo le prime terribili notizie della strage Parigi, mia figlia, ancora non tredicenne, era visibilmente scossa. Tra le tante cose, mi dice: “sai papà, quello che temo di più, a parte morire per un attentato, è che l’ISIS costringa tutti a sottometterci alle regole dell’Islam, a vestire il burqa e quant’altro”.

La paura porta troppo avanti la fantasia non solo di una ragazzina, ma di tutti noi.

Ho decisamente ridimensionato queste fantasie ieri sera con mia figlia introducendo elementi di realtà, dicendo che al momento non esistono pericoli per noi e che non esiste una vera e propria guerra qui da noi, ma solo l’azione di gruppi isolati di pazzi che vogliono solo terrorizzarci. Ma dietro queste considerazioni di mia figlia, evidentemente dettate dall’onda sismica del terrore, la riflessione sugli stili di vita e le civiltà alternative che vi era inclusa è legittima: la vera “guerra” è tra visioni del mondo radicalmente opposte e l’uso della morte e del terrore è solo un corollario della visione del mondo degli appartenenti all’ISIS, decisamente dettata dalla loro follia collettiva.

Tantissimi sono i possibili vertici di analisi dal punto di vista di uno psicologo e qui fatalmente ne consideriamo, a poche ore dalla tragedia, solo uno, quello relativo a come affrontare nell’immediato l’invasione del terrore nelle nostre menti. Molto altro si potrebbe dire, ad esempio analizzando da vicino le storie degli attentatori (e qui otterremmo molte chiavi di accesso al fenomeno), in genere immigrati di seconda generazione del tutto integrati nei nostri stili di vita, risucchiati nel gorgo della propaganda islamista, ma questo richiederebbe altro spazio ed altro momento di riflessione.

Come nel precedente caso di Charlie Hebdo, sono i simboli del nostro stile di vita che sono sotto il mirino dei terroristi: allora la libertà di critica e di opinione, oggi sono i locali, i ristoranti, lo stadio, la musica, la libertà di espressione in tutte le sue forme, insomma.

Questa follia collettiva ha un solo scopo: vuole espandersi e contaminarci, renderci ricattabili, deboli, guardinghi, barricati in casa, sospettosi, inespressivi. Vuole inibire ogni possibilità di pensiero e di reazione consapevole, vuole renderci inermi per renderci facilmente dominabili.

L’effetto che il terrore produce su individui e soprattutto sulle masse è quello di una escalation senza argine. Una semplice paura trasformata in terrore diventa un’emozione di base del tutto incontrollata, disinnesca ogni possibile pensiero e comportamento razionale. Basti pensare a quello che accade quando una folla viene travolta dal terrore di un incendio, ad esempio, o di qualunque altro pericolo: le conseguenze sono spesso catastrofiche e molte persone vengono uccise perché calpestate. Il terrore s’impossessa della nostra mente facendo fuori ogni possibile mediazione della parte più evoluta del nostro cervello, la corteccia prefrontale, che invece ha il compito di contenere, mediare, ripensare, riformulare continuamente le emozioni di base al fine di realizzare il comportamento più opportuno e adattato ad ogni circostanza. Un individuo o una massa di persone in preda al terrore sono facili prede di chi vorrebbe manipolarli e dominarli e quindi lo scopo del terrorista folle, pronto a morire perché il suo mondo domini sul nostro, è proprio quello di piegare psicologicamente ogni nostra risposta efficace.

Ma la possibilità di rispondere adeguatamente a questa sferzante onda emotiva è sempre attuabile.

All’indomani della strage norvegese del 2011 ad Utøya da parte di un invasato che uccise 77 persone in nome di folli ideali politici, il premier Jens Stoltenberg invitando il popolo ad una reazione e a scendere in piazza, disse tra le altre cose: “non permetteremo alla paura di piegarci, e non permetteremo alla paura della paura di farci tacere”.
Direi che queste parole potrebbero essere il paradigma, l’esempio di un’azione matura della mente di rispondere ad un attacco al pensiero di questa portata.

Detto in termini psicologici, non dobbiamo lasciare spazio al terrore affinché colonizzi del tutto la nostra mente, dobbiamo attivamente denutrire il terrore, non dargli credito e comprendere che la difesa delle nostre conquiste di civiltà sono assolutamente valori sovraordinati rispetto alla bassissima probabilità di cadere vittime di un attentato.

Scendere in strada, tutti, senza paura, sfidare il terrore collettivo con un’altrettanta collettiva risposta, è in realtà quanto di più sensato potremmo fare al momento. Ribadire che sulle conquiste di libertà non si torna indietro. Riconfermare che nessun terrore e nessuna manipolazione è capace di ricattarci e renderci docili e sottomessi.