Nella mente delle donne

(In)Fertility Day: i giorni della privazione

L’infertilità come maternità negata. Cosa significa essere ‘infertili’ e quali ambiti conivolge all’interno della stessa persona e al di fuori di essa?

Piovono polemiche e indignazioni sull’organizzazione del primo (e ultimo?) “Fertility Day”, la giornata nazionale annuale che il 22 settembre 2016 andrà a rappresentare il cuore delle iniziative previste dal Piano Nazionale della Fertilità per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sul tema della prevenzione dell’infertilità e della salute sessuale e riproduttiva.

Le donne insorgono rivendicando il diritto di decidere di fare o non fare figli senza che questo diventi un dovere o una questione di sanità pubblica. L’ira delle donne (ma non solo) nasce probabilmente dalla proposta dell’infertilità come derivato di una scelta, di un atteggiamento mentale, di una pigra procrastinazione e di una beata illusione nella propria onnipotenza.

La campagna pubblicitaria del Fertility Day è sicuramente stata mal concepita e gestita, ma credo che ci fosse del buono nel messaggio che maldestramente hanno cercato di diffondere e cioè:  laddove esiste il desiderio di un figlio, ci sono comportamenti – che dipendono da noi e sui quali quindi abbiamo una possibilità di intervenire – che possono aumentare o diminuire la fertilità. Questo messaggio non è un imperativo a “fare figli per servire lo Stato”, ma ritengo che abbia a che fare con la prevenzione dell’infertilità e sulla promozione del benessere. Il benessere coinvolge anche gli aspetti psicologici. Esistono conflitti, legati al diventare genitori, che operano sotterraneamente e possono contribuire a procrastinare quel momento. Spesso si rimanda il capitolo ‘figli’ appoggiandosi a motivazioni reali, concrete, tecniche, che contengono forse la stessa impossibilità di soluzione contenuta dentro di noi, a livello psicologico, nel diventare madre o padre. Il punto non è quindi procreare per forza, ma essere consapevoli delle nostre difficoltà, delle nostre ambivalenze e sapere che per fare questa faticosa analisi di sé stessi non c’è tutto il tempo che vogliamo. Soprattutto quando si scopre di avere delle difficoltà mediche nel procreare.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) considera l’infertilità  una patologia e la definisce  come l’assenza di concepimento dopo 12/24 mesi di regolari rapporti mirati non protetti. Secondo il Registro Nazionale della PMA (Procreazione Medicalmente Assistita) nella maggior parte dei casi l’infertilità riscontrata è un problema di coppia, nella misura in cui le cause sono dovute ad un fattore sia femminile che maschile oppure sono di difficile identificazione (infertilità idiopatica). Secondo l’OMS questa problematica colpisce il 15-20% delle coppie. La prevalenza dell’infertilità tende ad aumentare nei Paesi europei anche a causa del procrastinare nel tempo la nascita del primo figlio, che in Italia, paese che detiene il primato in negativo, avviene dopo i 31,5 anni.

Vorrei soffermarmi, però, principalmente su cosa significa essere ‘infertili’, cioè cosa succede a quelle coppie e a quelle donne che, pur desiderandolo, non riescono a procreare e a tutto quel terremoto emotivo che si verifica dentro e fuori di loro.

Una donna mi racconta : “Il momento in cui ci hanno detto che le nostre possibilità di avere un figlio erano quasi zero ho realizzato che quello che avevo sempre pensato come un destino genetico universale, come il naturale completamento del mio cammino di donna, ci è precluso e si è aperta una voragine. Perché proprio a me? Perché io no?”.

Un’altra donna mi porta un’amara riflessione: “Ho passato la vita a proteggere i miei rapporti intimi per evitare una gravidanza, per scegliere io in modo responsabile quando rimanere incinta e ora scopro che non ho mai avuto realmente questa scelta”. E da qui tanti interrogativi che intaccano il senso di identità e di valore personale: “Che donna sarò? Una donna menomata? Come sarà la mia vita senza figli?”

La stessa parola infertilità rimanda alla mancanza di un concime e ad una terra che non permette di crescere e di dare nuova vita a qualcosa. Nancy Kulash (2011) affronta il delicato tema della mancanza di figli attraverso l’analisi delle sue pazienti e ci racconta come questa sia una ferita profonda, che porta la donna a cercare il senso di questo dolore e ad attribuirgli diversi significati: un senso di fallimento circa le aspettative sul proprio ruolo di genere; l’esperienza, conscia o inconscia, dell’infertilità come punizione per un qualche crimine; una importante ferita narcisistica, che porta ad una riduzione della stima di sé e una considerevole crepa nel proprio Ideale dell’Io; si sente, inoltre, come perduto per sempre uno strumento – la procreazione – per affrontare l’ineluttabilità della morte, per sopravvivere, per essere ricordate; e non ultima, l’infertilità viene vissuta spesso come un ostacolo alla creatività personale.

Alle donne con diagnosi di infertilità viene detto che da loro non può nascere nulla. Improvvisamente assale quel senso di inutilità, di non poter lasciare traccia di noi, di aver passato la vita mettendo da parte possibilità, occasioni, competenze da spendere un giorno come genitori. E questo divieto adesso fa sembrare inutile anche tutto il lavoro svolto in precedenza.

Nell’infertilità non c’è un attacco diretto solo alla persona, questa diagnosi ha un impatto logorante anche sulla coppia: succede che venga infatti messa in discussione la definizione stessa di famiglia, come se senza figli questa non avesse più una reale consistenza; inoltre viene messa duramente alla prova la coppia marito-moglie, all’interno della quale comincia a serpeggiare l’ombra di un colpevole, di una vittima, di una recriminazione, di una vendetta. E le strategie di sopravvivenza ad un trauma del genere possono essere diverse, opposte, allontanare sempre di più.

Accanto al dolore per questa privazione contro natura si affaccia anche il fantasma dell’esclusione da una vita sociale che gira sempre più intorno all’accudimento dei figli: “Le mie amiche parlano dei loro bambini, organizzano i loro impegni lavorativi e il tempo libero in base alle esigenze dei figli, fanno amicizia con altri genitori e condividono con loro una serie di problemi, situazioni sociali, progetti che li portano a diventare amici. Mi ritroverò sempre più isolata?”.

È evidente che il tema della procreazione sia tutt’altro che circoscritto, univoco e semplice, ma che coinvolga più livelli all’interno della stessa persona e più ambiti al di fuori di essa: dai conflitti e le difficoltà nella scelta di diventare madri, al complicato percorso di chi vi può accedere solo tramite interventi medici, al doloroso vissuto di chi deve adattarsi ad una vita senza figli, a chi, infine, ha scelto di condurre una vita che non comprende la genitorialità sentendo di conservare ugualmente viva e creativa la sua esistenza. Avremo modo, quindi, di trattare in futuro questi temi singolarmente e più approfonditamente.

 

 

Riferimenti

Dati tratti dal Registro Nazionale Procreazione Medicalmente Assistita, anno 2014, sito dell’Istituto Superiore di Santità  www.iss.it

Kulish N., On Childlessness in Procreation  Psychoanalytic Inquiry: A Topical Journal for Mental Health Professionals Volume 31, Issue 4, 2011