Nella mente delle donne

La cioccolata non mi ha mai fatta sentire sola

Oltre il cibo, oltre la fame, oltre il nutrimento

Vi è mai capitato di passare dal gustare un cibo ad eccedere nel suo consumo? Di passare dalla semplice fame, al bisogno fuori controllo di mangiare una dose smisurata di un particolare alimento, o di …qualsiasi cosa? In un attimo succede che viene consumata una quantità eccessiva di cibo e si finisce per sentirsi gonfie fino a scoppiare, piuttosto che sazie, e sconfitte e pentite, piuttosto che soddisfatte.  Questo è quello che succede a molte donne, alcune delle quali, a seguito di questa perdita di controllo, cercano di riparare vomitando, assumendo lassativi e/o diuretici, intraprendendo una dieta molto restrittiva il giorno seguente. Queste donne soffrono di bulimia o di un disturbo da alimentazione incontrollata.

È difficile stimare l’incidenza di questi disturbi, a causa della natura nascosta e solitaria del loro manifestarsi. In Italia la bulimia ha una prevalenza dell’1-5 per cento, ma il Ministero della Salute segnala un indiscutibile allargamento del fenomeno che diventa sempre più precoce e preoccupante: si parla di almeno 12 nuovi casi per 100.000 donne (dati dell’Istituto Superiore di Sanità).

Ma perché si mangia “troppo”?  “La cioccolata non mi ha mai fatta sentire sola”. Questo mi rispose una donna parlando della sua difficoltà a regolare la voglia di dolci, una voglia che la portava ad eccedere, una voglia di qualcosa che andava oltre il cibo, oltre la fame, oltre il nutrimento. Andava oltre perché la solitudine appartiene al regno delle relazioni, degli affetti, dei vissuti emotivi. La cioccolata diventa allora per lei una gratificazione orale, una coccola sempre disponibile, che non ti chiede niente in cambio. La cioccolata svolge il ruolo di compagna, non di cibo, una compagna che aiuta a gestire le emozioni, solitamente quelle negative (ma non solo). Scegliere il cibo per colmare la solitudine vuol dire aver rinunciato alla relazione, sentire che con le persone è così difficile, così doloroso, così rischioso che è meglio abbandonare la speranza.

Questa donna si sentiva tremendamente angosciata tutte le volte che si trovava di fronte ad una separazione, sentiva il bisogno di essere tranquillizzata e allora mangiava. Mangiava perché sua madre non è mai stata in grado di calmarla, di contenerla e per questo la odiava. Se non avesse messo quel tappo sarebbe emersa la rabbia e la rabbia, si sa, ci fa correre il rischio di distruggere tutto, di farci perdere anche quel brandello di legame a cui siamo aggrappati.

Il cibo diventa così un sostituto che ha la funzione di tappare un vuoto. Ci riesce? Sì, ci riesce, ci riesce così bene che diventa molto importante per noi, diventa indispensabile, diventiamo dipendenti da lui. Che succede se non c’è una scorta di cioccolata pronta per quando ci sentiamo angosciate, ansiose, arrabbiate? Panico. E allora anche lui ci ha tradito, anche il cibo è diventato pericoloso, tossico. Il cibo, come le persone che amiamo e di cui abbiamo bisogno, diventa potente, troppo potente, più potente di noi (Recalcati, 1997). Alla fine è lui che controlla noi e non il contrario e questo mette a nudo con forza la nostra debolezza, il nostro essere bisognosi e incapaci. E allora cominciamo ad odiarlo. Lo odiamo ma non possiamo farne a meno.

Forse è questo quello che succede quando, in preda a qualche stato emotivo che vorremmo annullare, che non tolleriamo, cerchiamo di resistere alla tentazione di mangiare, poi cediamo al nostro bisogno, mangiamo e restiamo sazi e nudi di fronte alla nostra debolezza. Il cibo che è nella nostra pancia, a riempirla, a farci sentire pieni di questo bisogno e questa debolezza, va distrutto, perché è cattivo. Attraverso il vomito viene allora eliminato, distrutto, vinto. In questa lotta corpo a corpo col cibo si svolge l’eterno conflitto col bisogno, col legame, con la dipendenza, con la fragilità e si rappresenta il tentativo di padroneggiare esternamente quella che è una dinamica interna. L’illusione è che controllando il cibo si possa controllare la nostra vita emotiva e relazionale (Caretti, La Barbera, 2005). ”Io non so calmarmi, controllarmi, contenermi, lo farà il cibo per me”. Ma se è vero che riesce a farlo, allora è lui che controlla me ed io devo trionfare anche su di lui.

La bilancia diventa lo strumento con cui cerchiamo di controllare quanto siamo stati in grado di vincere questa nostra debolezza, quanto siamo forti. O quanto invece siamo state vinte dalla nostra dipendenza. Il controllo del peso diventa un persecutore messo all’esterno che ha la funzione di punirci tutte le volte che dimostriamo di essere piccole e bisognose. Diete, rituali ripetuti (Rothenberg, 1993), chiusure e ritiri, raptus di voracità, tutto è utilizzato per sfuggire al timore di frequentare se stessi, il proprio interno (negato), e l’altro, il mondo sociale da cui si è stati emarginati.

E voi che rapporto avete col cibo? Che ruolo ha nella vostra vita? Vi è mai capitato di perdere il controllo nell’alimentazione e sentirvi incapaci e travolte?

 

Caretti V., La Barbera D., Le dipendenze patologiche. Clinica e psicopatologia, Cortina, Milano, 2005

http://www.epicentro.iss.it (Centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute dell’Istituto superiore di sanità)

Recalcati M., L’ultima cena: anoressia e bulimia, Bruno Mondadori, MI, 1997

Rothenberg A, 1990, Adolescenza e disturbi alimentari: la sindrome ossessivo- compulsiva, Adolescenza, 4, 2:182-206,1993

Photo Credit: Melissa Segal ( https://www.flickr.com/photos/frenchie1108/3457855669/  )


  • Simonetta Putti

    Grazie, Raffaella, per il tuo blog che ha chiaramente descritto le modalità di comportamento che caratterizzane il rapporto con il cibo, quando questo cessa di essere la giusta risposta ad un fisiologico bisogno (fame) ma diventa il sostituto compensatorio di vuoti situati nella sfera affettiva. Mi sembra utile aggiungere che seppur la maggioranza delle persone che presentano questo disturbo siano donne, è in progressivo aumento anche il numero degli uomini portatori di questa patologia. Si stima che circa il 5-10% dei pazienti anoressici e il 10-15% dei pazienti bulimici siano maschi. Questo dato mi sembra indicare anche l’opportunità di ulteriori ricerche, volte ad evidenziare i fattori che stanno influenzando il fenomeno.

    • Raffaella Zani

      Grazie Simonetta dell’utilissima integrazione, che sottolinea il
      coinvolgimento anche dell’universo maschile all’interno di una
      problematica – e quindi una dinamica – spesso attribuita solo al mondo
      femminile.

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