Mens Sana in Corpore Sano

Emozioni in campo: ostacoli o risorse?

È fondamentale interrogarsi sul significato che le emozioni assumono nelle diverse situazioni

 

Ogni volta che esco da una riunione o da un colloquio di consulenza con i genitori  di giovani sportivi non posso fare a meno di osservare come la maggior parte delle domande riguardano le emozioni riportate dai loro ragazzi.

C’è chi vorrebbe che il proprio figlio non provasse tanta ansia prima di una gara; chi vorrebbe aiutare la figlia a non avere paura delle avversarie; chi si chiede come intervenire sulla tristezza, la rabbia e la delusione che seguono una prestazione andata male o, peggio ancora, che a volte arrivano prima della fine della competizione, segnando la fine dei giochi molto prima dello scadere del tempo regolamentare; e chi, infine, ancora teme che i ragazzi prendano con troppa allegria e leggerezza l’attività e non si impegnino abbastanza seriamente.

Insomma, le richieste sono le più disparate, ma sembrano raccontare tutte la stessa storia: gli aspetti emotivi sfuggono per definizione al nostro controllo, e capita che questi vissuti siano descritti come dei fastidiosi intrusi nelle vite di bambini e ragazzi.

Ah, le emozioni! Certe volte sono proprio dispettose!

Ma cosa sono le emozioni? E perché sembrano condizionare così tanto alcuni aspetti delle vite dei ragazzi, degli sportivi e in generale di tutti noi?

Per prima cosa possiamo osservare che le emozioni sono qualcosa che stimola le persone; pensiamo  all’etimologia della parola stessa. che viene da emovère, ovvero “portare fuori, smuovere”. Si tratta in un certo senso di un’agitazione dell’animo umano, ma anche di qualcosa che ci scuote e ci incita. Le emozioni coinvolgono tutto l’organismo; quando siamo presi da un’emozione, infatti, il battito del cuore può accelerare, i muscoli possono contrarsi di colpo (o al contrario rilassarsi), può aumentare la sudorazione, il viso può farsi rosso, lo sguardo basso, la voce può diventare un sibilo, un urlo, oppure  farsi stridula come quella di una strega.

Si tratta di reazioni psicofisiologiche a qualcosa che ci accade; in quanto tali non possono essere – per fortuna – cancellate con un colpo di bacchetta magica. E poi ormai abbiamo capito che gli psicologi, compresi quelli che si occupano di sport, non hanno poteri magici.

E cosa possiamo fare per queste emozioni dispettose? Cosa può aiutare gli atleti di ogni età nella gestione di queste reazioni?

Il termine “gestione” è quello che meglio rappresenta il lavoro che uno psicologo dello sport può fare con i suoi atleti in merito alle emozioni; non si dovrebbe nemmeno pensare di bloccarle o di eliminarle. La repressione delle emozioni può generare alla lunga uno stato di malessere mentale, e nei peggiori dei casi allo sviluppo di una vera e propria patologia, quindi non può certo essere l’obiettivo di chi lavora per il benessere e la crescita delle persone. Al contrario possiamo impostare il nostro lavoro sulla loro valorizzazione: imparando a conoscerle, riconoscerle e a esprimerle in modi diversi. E questo riguarda anche le emozioni negative, quali l’ansia e la rabbia. È fondamentale interrogarsi sul significato che le emozioni assumono nelle diverse situazioni specifiche: per esempio l’ansia spesso indica che il corpo si sta preparando nei confronti di una minaccia, attivandosi all’estremo e consumando velocemente le risorse; mentre la rabbia può rappresentare una reazione ad un vissuto di frustrazione.

Si inizia dunque il lavoro prendendo consapevolezza delle reazioni individuali che caratterizzano ciascuno di noi in determinate situazioni e condizioni. Quindi si può ricorrere alle tecniche di mental training tra cui gli esercizi di rilassamento, il self talk e le visualizzazioni, per lavorare sugli stati emotivi e sulle loro reazioni fisiologiche, osservandole in maniera profonda e consapevole, esplorandone le possibili sfumature e sperimentando modalità di modulazione delle stesse. Imparare a riconoscere e modulare le proprie sensazioni utilizzando una visualizzazione guidata o mediante il supporto di uno strumento quale il biofeedback è il primo passo per astrarre e generalizzare tali capacità anche durante una competizione.

L’aumento della consapevolezza corporea e mentale e l’espansione delle strategie che gli atleti possano utilizzare in autonomia sono tra i capisaldi del nostro lavoro, e questo obiettivo si raggiunge facendo loro sperimentando diversi livelli di rilassamento e di attivazione, alla ricerca di una condizione ottimale che per ognuno di loro sarà composta da diverse dosi e combinazioni dei vari ingredienti emozionali – tra cui anche ansia e rabbia, insieme a determinazione, riluttanza, calma, tristezza, grinta e così via, in una ricetta sempre unica e originale. Insomma, non c’è bisogno di cancellare le emozioni che ci appaiono negative, ma è utile imparare a modularle per trovare il nostro personale equilibrio.

 

Riferimenti

http://www.ordinepsicologilazio.it/ordine-psicologi-lazio/gruppo-di-lavoro/psicologia-dello-sport/festival-psicologia-sport/

http://www.ordinepsicologilazio.it/blog/mens-sana-in-corpore-sano/la-piazza-che-spiazza/

http://www.federtennis.it/ISF/public/biblioteca/pw%20pambianco.pdf

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