La psicologia negli ospedali

Ho incontrato uno psicologo in ospedale

 

Ore 8.00: Il centro per le prenotazioni delle visite ambulatoriali e dei ricoveri è sempre pieno a quest’ora del mattino: medici, infermieri e operatori sanitari attraversano la sala a passo svelto, mentre pazienti ed accompagnatori  attendono di essere chiamati;  il vociare discreto è interrotto solo dal segnale acustico che indica l’arrivo del proprio turno. Ogni  “Bip” scandisce un impercettibile sollievo per la fine di un’attesa densa di emozioni ed interrogativi.

 

  • Gli ospedali mi hanno fatto sempre paura e nonostante questo sono anni che sono costretta ad accompagnare Francesca a tutti questi controlli. E poi … in fondo è anche un po’ colpa sua, lo stile di vita sregolato l’ha portata ad ammalarsi. Sono arrabbiata,  infastidita … Eppure sono la madre! Mi sento  cattiva quando faccio questi pensieri, è Francesca ad avere bisogno di aiuto, non io, ma perché continua ad assumere i comportamenti che le fanno male, perché mente a me e ai medici? E perché io mi sento così?”

 

  • “Tre giorni fa mentre giocavo in giardino con mio figlio non mi uscivano più le parole. Volevo gridargli “ lancia forte la palla verso di me” ma niente …, un miscuglio di parole senza voce. Poi mi sono sentito mancare. Mia moglie mi ha raccontato che l’ambulanza mi ha trasportato in ospedale in preda alle crisi epilettiche. La diagnosi è arrivata in fretta: ho una massa che mi comprime il cervello, una “neoplasia”, un “tumore” ecco …  il chirurgo ha deciso di operarmi subito. Non ho avuto il tempo di pensare a quello che mi sta succedendo, so solo che sta succedendo, e non saprei dire neppure come. Spero che ci sarà qualcuno che mi aiuti ad affrontare quello che verrà dopo. Qualsiasi “dopo”sia.”

 

  • “Di nuovo il signor Grossi! Non ne possiamo più! L’ennesimo ricovero: il terzo in un mese solo perché non assume la terapia. Io sono un medico, i rischi a cui va incontro glieli ho comunicati, cos’ altro dovrei fare?  … eppure  è un uomo intelligente,  perché non accetta di curarsi?”

 

Pensieri e domande comuni che albergano nella mente di alcuni dei protagonisti principali  della vita operosa che si svolge all’interno delle corsie e delle sale d’attesa degli ospedali, domande semplici che strutturano una varietà complessa  di richieste di intervento di cui si occupano gli psicologi che operano in questo contesto. Da posizioni differenti esprimono lo stesso bisogno: la necessità della presa in carico dei fattori emotivi che influenzano negativamente il percorso della cura. L’esperienza della malattia e il senso che l’ammalato (e la sua famiglia) assegnano sia agli eventi acuti e/o cronici, influenzano in maniera determinante le modalità con cui questa verrà affrontata (coping). Lavorare su questi fattori  significa farsi carico in maniera globale dell’ammalato (come suggerisce l’Organizzazione Mondiale della Sanità), che da recettore passivo di terapie passa ad  un ruolo sempre più responsabile e attivo nel percorso della cura in tutte le sue fasi: dalla prevenzione/diagnosi, attraversando il trattamento, fino alla riabilitazione. Favorire l’aderenza alle cure (compliance) avvalendosi dell’assistenza psicologica ospedaliera significa impattare in maniera diretta sulla qualità di vita dell’ammalato (self-care, empowerment), della sua famiglia (che rimane il principale mezzo del lavoro di assistenza informale) e di conseguenza sulla società.

In generale gli elementi essenziali  sono  così sintetizzabili:

  • Esistono ormai chiare e non ignorabili evidenze sul ruolo della mente e del comportamento per la salute e nella malattia, così come nel processo di cura (Lazzari 2007).
  • Esistono molte prove sull’efficacia degli interventi psicologici nella malattia fisica, sia in termini di benessere psichico e qualità della vita ma anche di miglioramento degli esiti medici e dei parametri fisici in senso stretto. (Bottaccioli 2005; Lazzari 2011).
  • Molti di questi interventi risultano vantaggiosi da punto di vista economico, sono cioè in grado non solo di autoripagarsi ma di ridurre i costi sanitari  e  gli sprechi (Lazzari; 2011).

Già  nel 1976, M.  Stacey,  faceva notare come “il paziente sia un produttore tanto quanto un consumatore del bene immateriale e sfuggente che è la salute”:  il lavoro dello psicologo ospedaliero partecipa a questa “produzione”attraverso feconde collaborazioni (citiamo quelle più conosciute e numerose nell’ambito della   Psiconcologia, Neuropsicologia, Psicotrapiantologia, Psicocardiologia) nell’ottica di modelli assistenziali sempre più integrati e sostenibili dai sistemi sanitari pubblici.

 

Bibliografia

Clerici C., Veneroni L., “La psicologia clinica in ospedale. Consulenza e modelli di intervento”, Il Mulino, Bologna 2014

Bottaccioli F, “Psiconeuroimmunologia”, Red Edizioni, Milano 2005

M.Stacey, The health service consumer: A sociological misconception in: Sociological Review Monograph 22, University of Keele, Keele, 1976

Lazzari D., “Mente Mente & Salute. Evidenze, ricerche e modelli per l’integrazione”, Franco Angeli, Milano 2007

Lazzari D., “ Psicologia Sanitaria e malattia cronica: interventi evidence -based”

Pacini, Pisa 2011