Individui e comunità – L’emozione dell’incontro con sé e con l’altro

L’ affidamento familiare, una risorsa per la famiglia in difficoltà

In quali casi può essere utile valutare un percorso di affidamento? In cosa consiste?

 

Fare il genitore a volte può arrivare a sembrare un’impresa impossibile. Prendersi cura di un figlio richiede molte energie e spesso si ha bisogno di una pausa per ricaricarsi. Usualmente si ricorre a nonni, baby sitter, zii, amici, che svolgono una funzione di sostegno sociale per periodi più o meno lunghi a seconda dei bisogni dei genitori.

Può capitare però che le difficoltà dei genitori superino di gran lunga gli stress ordinari a cui si riesce a far fronte con questi sostegni sociali oppure può succedere che questi sostegni non siano disponibili.

Quando queste difficoltà si configurano in rigide organizzazioni familiari altamente disfunzionali, fino al punto di arrecare importanti danni psicofisici ai figli, i Tribunali dei Minorenni possono arrivare a dichiarare un vero e proprio stato di abbandono, preliminare alla dichiarazione dello stato di adottabilità.

Quando invece le difficoltà familiari appaiono temporanee e suscettibili di modificazioni, il minore può essere affidato a un’altra famiglia, possibilmente con figli minori, o a una persona singola, o a una comunità di tipo familiare, per un tempo sufficiente a far ritrovare ai genitori quell’equilibrio funzionale a ri-accogliere il proprio figlio in casa.

Anche se tutti sanno cos’è l’adozione, in pochi sanno cos’è l’affidamento familiare.

Eppure sono entrambi due istituti giuridici normati dalla stessa legge (Legge n. 184 del 4 maggio 1983 e suc. mod. L n. 149 del 28 marzo 2001) e sono volti a garantire al minore di età il diritto a vivere in famiglia anche quando la sua dovesse venire a trovarsi in così grandi difficoltà da non costituire più un ambiente familiare idoneo al fine di assicurargli il mantenimento, l’educazione e l’istruzione.

Vediamo il caso di Marco ed Alba che ci raccontano la loro storia.

Io e mia moglie Alba abbiamo bisogno di lavorare tutto il giorno, abbiamo distrutto la macchina in un incidente e ci hanno aumentato l’affitto. Facciamo dei lavori molto pesanti, quando torniamo la sera a casa non abbiamo la forza di giocare, controllare i compiti a nostro figlio; spesso perdiamo la pazienza con lui, siamo sempre nervosi, gli rispondiamo male, troppo male per un bambino… Non abbiamo nessuno che stia con lui il pomeriggio, i nostri parenti sono lontani e gli amici sono tutti molto impegnati, così lui sta spesso solo… ci rendiamo conto che non è una cosa buona per lui, a volte ci sembra di impazzire e non sappiamo cosa fare… I Servizi sociali ci hanno aiutato con dei contribuiti economici in un momento difficile e con un educatore domiciliare ma le maestre seguitano a dirci che a scuola è sempre triste, qualche volta diventa nervoso, arriva a picchiare i compagni ed è sempre distratto…Davvero non sappiamo come fare per risolvere questa situazione, avremmo bisogno di un tempo per ritrovare un nostro equilibrio e tornare ad occuparci noi di lui…

Marco, 36 anni, padre di Giovanni 8 anni

Per garantire ai bambini e alle bambine il diritto a vivere nella loro famiglia, il Sistema dei Servizi Sociali, in collaborazione con i Servizi Sanitari territoriali, predispongono insieme alle famiglie una serie di dispositivi atti a prevenire l’allontanamento, proprio come è successo a Marco ed Alba a cui sono stati attivati dei supporti economici ed educativi.

Quando uno o più operatori delle Rete di Protezione Sociale di un territorio – che sia un insegnante, un assistente sociale, un agente di polizia locale, un educatore, uno psicologo – segnala al Servizio sociale competente o all’Autorità giudiziaria una condizione di rischio psicosociale per la crescita di un minore di età, i Servizi socio-sanitari sono chiamati a valutare questo rischio e a costruire l’intervento più idoneo per ridurlo e favorire condizioni di benessere familiare. Gli interventi possono essere complessi e richiedere più dispostivi, ad esempio sociali, sanitari ed educativi.

L’affidamento familiare è uno di questi dispositivi, un istituto che può essere molto utile, specie se condiviso dalla famiglia di origine. Non è così inusuale infatti che le famiglie si rendano conto di non riuscire a prendersi cura dei propri figli e chiedano aiuto, chiedano un tempo per ritrovarsi. Un po’ quello che sembra dirci Marco tra le righe del suo racconto…

Forse Marco e sua moglie potrebbero accettare di buon grado, se accompagnati a comprendere, una famiglia affidataria, una famiglia cioè che potrà prendersi cura di Giovanni proprio come farebbero degli zii che non si sostituiscono ai genitori ma li affiancano nel difficile compito di prendersi cura di un bambino.

Ora, non sempre i genitori sono come Marco e Alba, consapevoli cioè del fatto che, per circostanze di vita, per via delle loro difficoltà ad affrontarle e a trovare soluzioni, il figlio può arrivare a vivere male, così male da rimanerne danneggiato…

Genitori a loro volta “danneggiati”, hanno difficoltà a riconoscere il danno, il dolore, la rabbia, le difficoltà che si portano dentro e che inconsapevolmente riversano sul figlio.

È il caso di Manuel e Vera che non vedono quanto siano pieni di rabbia.

Non capisco che facciamo di male, che volete da noi? – urlano alternando le voci agli operatori del Servizio Tutela Infanzia- Chiunque con una moglie malata, un lavoro duro a tempo pieno, perde la pazienza con i figli! Che vuoi che siano due ceffoni ogni tanto, sono educativi, anch’io ne ho ricevuti tanti, e forse mio padre esagerava pure, perché quando tornava la sera era pure ubriaco, eppure faceva bene a picchiarci perché noi facevamo impazzire mamma. Ora io che faccio di male?

Le maestre solo le solite esagerate, Nicola è solo un po’ nervoso, ma chi non lo sarebbe? Neanch’io andavo bene a scuola, non mi pare che sia intervenuto nessuno. Picchia i compagni? Che c’entra la famiglia? E poi io, nonostante la depressione, cucino e non gli faccio mancare niente. Non vedo dov’è il problema.

Le maestre dicono delle cose che non stanno né in cielo né in terra su Nicola, dicono che si assenta spesso, che sta in un mondo tutto suo, sembra assorto in delle sue preoccupazioni e non parla, non gioca con nessuno, tranne quando esplode e si comporta in maniera aggressiva e  assurda. Dicono che vorrebbero aiutarlo ma non sanno come fare, per questo ci hanno costretto a venire da voi, con un ricatto. Loro dicono che è per capire meglio la situazione di mio figlio, ma per noi non c’è niente da capire e, se voi insistete con questa storia, dovremmo passare alle maniere forti.

Manuel e Vera genitori di Nicola, 7 anni 

Quando ci si trova di fronte a situazioni come queste non si può pensare a un affidamento condiviso e, a seconda delle circostanze, specie se il bambino dovesse essere già gravemente compromesso, si deve necessariamente attivare un procedimento giudiziario che funga da cornice certa, da contenimento alle parti aggressive e danneggiate di questi genitori. Spesso può essere opportuno mettere il minore in una condizione di protezione e procedere con una valutazione della recuperabilità delle competenze genitoriali, arrivare cioè a fare una “prognosi”, una previsione scientificamente fondata, sulla possibilità di questi genitori di acquisire quelle competenze affettive, educative, relazionali e sociali, indispensabili per una crescita sufficientemente serena del proprio figlio, in un tempo ragionevole e congruo ai suoi bisogni. Si è chiamati inoltre a valutare la situazione di rischio per un minore, soppesando con cura tutti gli elementi di vulnerabilità e fattori di protezione insiti nel bambino e nel suo contesto di riferimento, anche per calibrare al meglio il progetto di affidamento. Non tutti i bambini possono essere accolti da tutte le famiglie, non tutti gli affidamenti hanno la stessa durata; ognuno va pianificato e seguito con competenza e assiduità da equipe integrate.

L’affidamento del minore a una famiglia, o a una struttura di tipo familiare, è dunque uno strumento di tutela, di protezione e di cura di un minore e delle sue relazioni familiari. Dietro ogni storia di tutela c’è una complessità umana, emozionale e professionale straordinaria.

Sono tante le storie di bambini e bambine che sono stati protetti e messi in condizioni di uscire dal circolo vizioso del disagio.

Tante le storie di alcuni genitori che, dopo essersi ribellati a provvedimenti di allontanamento, ne hanno scoperto la profonda utilità solo dopo tanto tempo. Esistono anche storie come quella di Carmen.

Quando mi portarono via i miei figli ero furiosa, avevano solo 8 e 9 anni e io non capivo che cosa stesse succedendo, mi sentivo vittima di un’ingiustizia immensa. Non facevo mancare nulla ai miei figli, andavano a scuola, avevano sempre tutto il corredo scolastico, mangiavano correttamente, che volevano da me? Che importanza poteva avere per loro che io mi procurassi il denaro per il sostentamento della famiglia in maniera illecita? Mica lo dicevo ai miei figli? Per me erano al riparo da tutto. Poi un giorno vennero a farmi una retata a casa, si volevano vendicare di un torto che avevo fatto loro. In quel momento fui così contenta che i miei due figli fossero stati portati via che pensai: “Se fossero stati qui? Se per vendicarsi avessero fatto del male a loro, come avrei potuto sopravvivere a questa colpa?” Fu in quel momento che, anche se in maniera ancora del tutto inconsapevole, iniziò a nascere un senso di gratitudine nei confronti di chi avevo odiato. I miei figli crescevano e io sapevo che erano al sicuro e che stavano presso famiglie che li amavano come propri; temevo, ma sapevo in cuor mio che non era così, che potessero amare di più le loro famiglie affidatarie che me. In realtà sapevo che a 18 anni sarebbero tornati da me. Non fu a 18, ma a 21 e a 22; avevano studiato, si erano diplomati e avevano trovato un lavoro. Avevano figure di riferimento affettuose e sempre presenti per loro, non sarebbero mai più stati costretti a fare la vita da clandestina che sono costretta a fare io. Perché quando fai un certo tipo di vita, questa ti viene sempre a cercare. Se tornerà, troverà solo me, non i miei figli.

Quello di lasciarli andare è stato il più grande gesto di amore che io abbia potuto fare nei loro confronti.

Carmen, 55 anni, madre di Francesco 25 anni e Giorgia 26 anni.

Per diventare famiglie affidatarie e contribuire ad aiutare un bambino e la sua famiglia basta rivolgersi ai Servizi sociali del proprio Comune e/o Municipio.

 

 

Immagine gentilmente concessa dall’artista Christina Thwaites  – Quadro dal Titolo Birds flying high, you know how I feel” (particolare) http://www.christinathwaites.net/