Giovani in movimento: Scelgo dunque sono!

Sperimentare per apprendere, osservare per scoprirsi

Perché parlare di tirocinio? Tra riti di passaggio e obiettivi formativi

Tirocinio tra consapevolezza e identità

A cura di Marta Giuliani

 

Imparare senza pensare è fatica perduta; pensare senza imparare è pericoloso. (Confucio)

Il passaggio dai banchi di scuola al mondo del lavoro è, ed è sempre stato, un momento di radicale cambiamento nella vita di ognuno di noi. Rappresenta l’introduzione nel cosiddetto “mondo adulto” e la possibilità di sperimentare sul campo quanto appreso fino a quel momento solo sul piano teorico.

I libri si sono accumulati, le conoscenze sono state apprese…ed ora?

Ad oggi sono numerose le opportunità date ai giovani per inserirsi nel mondo del lavoro in modo graduale, riconoscendo la necessità di un periodo di “formazione sul campo”, ovvero di un apprendimento diretto in affiancamento a qualcuno considerato “esperto”.

Tirocinio, apprendistato, stage e praticantato sono termini differenti per indicare una condizione sostanzialmente identica, cioè un periodo di inserimento lavorativo finalizzato all’acquisizione di determinate competenze. È vero però che, per quanto ricca sia la lingua italiana, non si tratta di semplici sinonimi, anche se alcune volte vengono impropriamente utilizzati in modo interscambiabile. Lo stage e l’apprendistato, infatti, sono condizioni di natura volontaria e, in particolare, quest’ultimo è un vero e proprio contratto di lavoro che prevede, nella sua natura, una formazione professionale durante il rapporto di lavoro.

Il tirocinio e il praticantato, invece, sono percorsi obbligatori legati ad uno specifico curriculum formativo, e vengono considerati passaggi propedeutici al conseguimento di un titolo professionale.

 

Perché parlare di tirocinio?

Forse perché non se ne parla abbastanza, o forse semplicemente perché se ne parla solo in termini di adempimento burocratico, rischiando così di snaturarne il vero significato.

Cominciamo con il dire che il tirocinio non è una pratica moderna ma la sua istituzione nasce addirittura nell’Antica Roma, dove i Tirones (giovani novizi dell’aristocrazia) all’età di 17 anni venivano affiancati ai cosiddetti Magistri che insegnavano loro l’arte della guerra. Nel tempo il termine è andato ad indicare tutti i giovani romani prima di vestire la toga virile (simbolo all’epoca dell’ingresso nel mondo adulto).

Il tirocinio, allora come adesso, rappresenta dunque un “rito di passaggio”, un ponte tra la formazione e il lavoro, e come tale dovrebbe dunque essere promosso, rappresentato e vissuto.

Senza voler scomodare eccessivamente le Neuroscienze, mi piace immaginare il tirocinio un po’ come l’applicazione sociale dei Neuroni Specchio i quali, volendo semplificarne la definizione, rappresentano quella classe di neuroni che si attivano quando vediamo qualcuno compiere una determinata azione.

Non è un po’ questo l’obiettivo del tirocinio? Apprendere osservando? Certamente sì, anche se ovviamente (e fortunatamente aggiungerei!) la sua natura non si esaurisce in questo semplice meccanismo imitativo. Intervengono infatti altri fattori estremamente importanti, di natura più squisitamente emotiva e culturale, in grado di filtrare quanto viene appreso. Si pensi, ad esempio, all’influenza che possono avere le aspettative o le motivazioni iniziali che muovono la nostra scelta o all’impatto della relazione che instaureremo con il nostro mentore o, ancora, al potere della nostra capacità critica e del nostro sistema valoriale nell’incamerare quanto viene appreso.

 

Quindi, a cosa serve il tirocinio?

Il tirocinio non è (o perlomeno non dovrebbe essere) uno spazio in cui apprendere una determinata mansione (come in una catena di montaggio), ma un momento in cui sperimentare chi siamo in relazione al lavoro scelto, un ambiente protetto in cui trovare una nostra identità lavorativa che sarà il risultato delle prassi tipiche della professione e della nostra storia. Non esiste un solo modo per fare lo psicologo, per esempio, ma esiste il NOSTRO modo di ESSERE psicologi.

Questo non è un semplice tecnicismo linguistico, ma una vera e propria capacità di mettere in gioco se stessi in ciò che si fa.

Per iniziare, in questo periodo potremmo innanzitutto provare a comprendere se la strada intrapresa è quella giusta per noi, o se lo specifico settore scelto è nelle nostre corde oppure no. Avvocato civilista o penalista? Medicina interna o pronto soccorso? Commercialista d’azienda o consulente finanziario? Ingegnere civile o strutturista? Programmatore o tecnico informatico? In un mondo lavorativo sempre più ricco e variegato nelle sue sfaccettature, imparare ad orientarsi è un processo complesso ma necessario.

Un altro obiettivo primario di questo speciale periodo formativo è quello di aiutare la persona ad individuare quali sono le proprie competenze specifiche e quali sono, invece, le aree su cui è importante lavorare maggiormente. Saper riconoscere i propri limiti e le proprie risorse è uno degli obiettivi chiave del tirocinio professionalizzante, un trampolino esclusivo e prezioso da cui partire per comprendere su quali abilità puntare nel prossimo inserimento lavorativo e su quali, invece, è necessario formarsi di più.

Infine, il tirocinio permette di iniziare a costruire una propria rete professionale di contatti, il nostro futuro portfolio. Inoltre comprendere i bisogni dell’azienda o del centro in cui si è inseriti, la sua mission e il suo gruppo di lavoro, permette di individuarne anche le eventuali richieste future e di mantenere in modo stabile e adulto un rapporto professionale successivo.

 


Ma le cose vanno sempre come speriamo?

Mi si può a questo punto obiettare che i centri in cui si effettua il tirocinio non sempre permettono di instaurare un clima professionale di crescita e di sviluppo. Che molto spesso non incarnano il ruolo del Magistro, ma piuttosto quello del datore di lavoro che sfrutta il giovane tirocinante come semplice manodopera a costo zero.

Questo scenario è più reale di quanto si pensi, ma non per questo meno formativo. “Ho fatto fotocopie per 6 mesi” oppure “non facevo altro che portare caffè” sono risposte che spesso vengono date alla domanda “cosa hai appreso durante il tirocinio?”. Incredibilmente neanche una parola sulle attività svolte dal centro, sulle dinamiche lavorative instaurate o sul proprio ruolo in relazione al contesto. Come se la delusione delle aspettative iniziali abbia completamente oscurato le proprie capacità osservative o il proprio spirito critico.

Sembra evidente che alcuni centri non investono in senso formativo sui propri tirocinanti, e questo è già un dato.

Eleanor Roosevelt diceva: “Impara dagli errori degli altri: non puoi vivere così a lungo da farli tutti da te”.

Quali aspetti del gruppo in cui si è stati inseriti era disfunzionale al punto da aver creato quell’empasse? Quali tentativi abbiamo provato per capovolgere la situazione? Perché, se ci sono stati, non hanno avuto effetto? Come ci siamo rapportati quindi con il nostro mentore?

Tutte domande che ci permettono di estrapolare delle notizie importanti su di noi e sul contesto in cui siamo inseriti. Nel mercato del lavoro non sempre potremmo interfacciarci con clienti o aziende funzionali, come reagiremmo a quel punto? Imparare anche ad individuare degli spazi positivi laddove in apparenza non ce ne sono, apprendere come reagiamo di fronte ad un rifiuto o un insulto professionale, osservare le dinamiche disfunzionali di un gruppo di lavoro oppure sperimentare il nostro livello di frustrazione in questi ambienti sono tutti elementi che ci daranno un enorme bagaglio di conoscenze per il futuro. Forse non ci aiuteranno a comprendere “come si fa un certo lavoro”, ma sicuramente ci accompagneranno nella scoperta della nostra identità professionale: che professionisti vogliamo essere? Che ambiente lavorativo desideriamo instaurare? Quali sono le nostre capacità di negoziazione in un ambiente ostile o sterile?

Si può quindi affermare che il tirocinio è di per sé un “evento critico”, non solo per il giovane ma anche per il contesto. In pratica il tirocinante, spesso escluso e marginalizzato, può diventare bersaglio di un modello di comunicazione tipico della struttura ospitante. La capacità di leggere il contesto può quindi diventare il suo valore aggiunto perché gli permette di cogliere elementi difficilmente percepibili da chi è inserito da più tempo nel “flusso”. Procedure insensate, modalità di rapporto disfunzionali, codici e regole poco efficaci. È proprio la posizione “altra” che incarna che potrebbe facilitare questo sguardo e diventare lo strumento più utile per iniziare a comunicare in modo efficace con il proprio tutor.

 

Sperimentare per apprendere, osservare per scoprirsi

Il tirocinio rappresenta dunque, per il giovane, un momento fondamentale della propria crescita professionale, uno spazio in cui iniziare a costruire la propria identità professionale e ad integrare quest’ultima nella propria personalità in un modo che risulti per la persona coerente e sinuoso.

Perché questo avvenga è importante iniziare a riflettere su numerosi aspetti (quali le proprie competenze, il territorio in cui si è inseriti, le proprie aspettative e i bisogni del mercato) e trovare un modo di integrarli tra loro in un processo che sia tanto individuale quanto sociale.

Il ruolo dello psicologo, in questo caso, è quello di facilitare nella persona lo sviluppo delle risorse necessarie per potersi orientare in questa nuova fase di vita, di palesarne le competenze, di potenziarne il senso di autoefficacia e di favorirne la riflessione sulla propria rappresentazione professionale, le proprie aspettative e i propri bisogni.

L’obiettivo finale è quello di accompagnare il giovane nel suo processo di orientamento lavorativo, individuando gli elementi cognitivi ed emotivi che sottendono le sue scelte, palesando le criticità tipiche di questa fase e focalizzando e potenziando le risorse individuali ottimali da mettere in gioco in questo processo.

In questo senso sono numerose le iniziative proposte dall’Ordine degli Psicologi del Lazio e, in particolare dal gruppo di Psicologia del Lavoroper favorire una nuova cultura psicologica dell’orientamento lavorativo, nell’accezione che non è sufficiente conoscere, ad esempio, i propri punti di forza e debolezza, con l’aggiunta di qualche informazione di dettaglio sul contesto lavorativo per agire un cambiamento, ma occorre saperlo pensare, desiderare e costruire, in una logica di elaborazione affettivo-cognitivo-sociale.

Il fine è di favorire l’adattamento dell’individuo all’interno dei contesti produttivi con la possibilità per il lavoratore di essere partecipe del processo produttivo e sociale.

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