Gioco & dintorni

Giocare le emozioni: quando il Gioco può curare

In che modo il Gioco può assumere una valenza terapeutica? Esperienze di Ludoterapia presso i reparti pediatrici di alcuni ospedali romani.

 

Intervista ad Alessia Pizzimenti, Presidentessa dell’Associazione Sale in Zucca Onlus

Spesso mi sono dedicata al tema del Gioco Patologico, a quelle situazioni in cui il Gioco cessa di essere una sana attività di esplorazione e crescita e diventa prigione dei sentimenti e dei pensieri. Approcciare all’Universo Gioco in modo completo vuol dire però anche interrogarsi sul potenziale evolutivo di questo tipo di attività umana.  Pensando al Gioco in termini di promotore del Benessere, mi è sembrata molto interessante l’esperienza dell’Associazione Sale in Zucca Onlus, che dal 2000 si occupa di Ludoterapia presso i reparti pediatrici di alcuni ospedali romani.

Ho avuto così il piacere di incontrare la Dott.ssa Alessia Pizzimenti, presidentessa di questa Associazione nata nel 1998 da un’idea del marionettista Alessandro Accettella e che attualmente promuove progetti di ludoterapia presso i reparti di Oncologia Pediatrica e Neurochirurgia Infantile del Policlinico Agostino Gemelli di Roma e presso il reparto di Ematologia Pediatrica del Policlinico Umberto I.

La Dott.ssa Pizzimenti mi ha raccontato in che modo, secondo la sua esperienza professionale, il Gioco può assumere una valenza terapeutica.

D: Inizierei con una domanda da profana: qual è la differenza tra la vostra attività e quella dei forse più conosciuti clown-dottori?

R: Abbiamo molti punti in comune con i clown-dottori. Tre anni fa, durante la sua visita al Policlinico Gemelli, fu proprio Patch Adams (generalmente riconosciuto come l’ideatore della clown-terapia), rivolgendosi alle diverse associazioni presenti, a sottolinearli, affermando al di là delle appartenenze che il nostro lavoro consiste nel rompere il clima depressivo che regna in reparto e che ciò è possibile grazie alla relazione che instauriamo con i bambini.

E’ però proprio rispetto all’approccio con il bambino che si evidenziano alcune differenze. Talvolta, l’azione dei Clown-dottori si basa sull’idea che l’attività di Gioco serva a distrarre dal dolore e dalla sofferenza generati dalla malattia. Basti pensare al fatto che i clown dottori, con il loro naso rosso e i loro giochi, accompagnano e facilitano la somministrazione di alcune terapie. Questo non è certo sbagliato, ma comporta il rischio di andare a coprire, a mascherare, le emozioni provate dal bambino, in un’ottica secondo la quale anche nella malattia si deve necessariamente ridere. Noi non utilizziamo il naso rosso o nomi d’arte e distinguiamo nettamente il momento della terapia da quella del Gioco, lavorando preferibilmente all’interno della Sala Giochi del reparto.

D: Quindi, nel caso della ludoterapia, giocare con il bambino non ha come obiettivo quello di distrarlo, consentirgli uno svago, o fargli temporaneamente dimenticare che è malato?

R: Il gioco in ospedale può avere anche questa valenza. Non la escludiamo a priori. Ci sono situazioni in cui può essere utile, se non necessario, perché magari il carico emotivo a cui il bambino è sottoposto è eccessivo. Ma non è la finalità principale.

D: Mi sembra di capire, dunque, che intendete il gioco non come semplice mezzo di distrazione e svago, ma come vero e proprio strumento terapeutico.

R: Ci sono molti modi per chiamare quello che facciamo (ludoterapia, play-therapy, gioco-terapia) ed in tutte queste definizioni ricorre la parola terapia; a noi, però,  piace porre l’accento sul concetto di “cura” nel senso più ampio del termine.  Esistono certamente momenti di gioco con reali valenze terapeutiche per il bambino, ma ci sono anche momenti di gioco che consentono di prendersi cura in senso più ampio anche della famiglia o del personale ospedaliero. Lavoriamo in reparti dove il rischio di burn-out è molto elevato; il lavoro di animazione che svolgiamo in collaborazione con i Servizi di Psicologia dell’Ospedale, va anche nella direzione della prevenzione di questo fenomeno.

D: Quali sono a suo avviso gli elementi che consentono di prendersi cura  attraverso il Gioco? In altri termini: cosa rende il gioco terapeutico?

R: Noi riteniamo che la relazione che si crea tra il ludoterapista ed il bambino sia il primo fattore terapeutico che entra in gioco. In questo senso, il Gioco diventa media della relazione e veicolo di espressione delle emozioni. Riteniamo fondamentale che durante il gioco possano emergere delle emozioni e che attraverso il gioco le emozioni possano essere vissute ed in qualche modo elaborate.

Un’attività come la nostra funziona se tutti i partecipanti accettano spontaneamente ed in maniera autentica di mettere in gioco le proprie emozioni. Pertanto la ludoterapia coinvolge molto, a livello emotivo, i nostri operatori; la loro capacità di stare nella relazione con il bambino e di contenere i vissuti emotivi che emergono (da entrambe le parti) è la vera cifra qualitativa del nostro lavoro. Per questo motivo riteniamo di fondamentale importanza  il ruolo dell’equipe ed il momento della supervisione.

Come ho già detto, la nostra idea di ludoterapia si distanzia da quella di semplice intrattenimento; la nostra attività consiste nello stare insieme ai bambini, nel fare qualcosa insieme a loro. Quasi sempre i giochi utilizzati durante le attività vengono costruiti dai bambini insieme agli operatori: si può trattare di costruire calamite da mettere sul frigorifero o mongolfiere da appendere al soffitto della sala giochi. Recentemente, per esempio, abbiamo costruito il calcio-balilla e poi abbiamo organizzato un torneo.

D: Un torneo, quindi utilizzate anche i Giochi di Competizione?

R: Uno dei preconcetti che si hanno sul bambino in ospedale è che debba essere necessariamente buono, che non possa suscitare sentimenti negativi, che vada assecondato in tutto in quanto malato. In realtà non è così e spesso l’attività di Gioco restituisce la possibilità di un’espressione autentica di emozioni altrimenti negate. In questo senso, i Giochi di Competizione consentono l’espressione dell’aggressività, dei sentimenti di rabbia, di quel naturale bisogno di competere che il vissuto di malattia non cancella . La dimensione della competizione non va quindi esclusa dall’attività di ludoterapia, anzi può essere molto utile. Organizziamo spesso dei tornei;  ad esempio nel periodo delle Olimpiadi, quest’estate, abbiamo organizzato le Olimpiadi del reparto coinvolgendo anche il personale paramedico. È stato un successo.

D: Oltre ai giochi competitivi, quali sono i tipi di gioco in cui coinvolgete i bambini? Ci sono giochi più amati, o giochi che è meglio evitare?

R: Qualsiasi attività può diventare Gioco e qualsiasi Gioco può assumere valenze terapeutiche, a patto che si tengano in considerazione alcuni aspetti fondamentali.

In tal senso, teniamo moltissimo alla formazione dei nostri operatori, che sono professionisti dell’ambito psicologico ma anche del campo artistico (attori, musicisti, marionettisti). A prescindere dalla provenienza professionale, tutti i nostri collaboratori devono avere delle conoscenze di base di Psicologia dell’Età Evolutiva ed essere quindi in grado di proporre giochi adeguati all’età del bambino, ai suoi livelli di sviluppo, senza  mai dimenticare le condizioni cliniche. In questo momento stiamo collaborando con il Reparto di Fisiatria dell’Ospedale Gemelli di Roma. In quel contesto, ad esempio, un gioco di manipolazione con la plastilina va ad integrarsi con il lavoro riabilitativo svolto dal personale medico specializzato.

Non esistono invece Giochi controindicati di per sé. Un determinato Gioco può essere controindicato se non adatto a quel determinato bambino, in quel momento, in quella situazione. Ecco perché riteniamo che sia fondamentale la conoscenza del bambino e la relazione che viene a crearsi con lui/lei sia nel qui e ora dell’intervento che nel tempo.

D: Prima si parlava del prendersi cura della Famiglia. In che modo questo avviene attraverso il Gioco?

R: Il nostro lavoro può essere importante, ad esempio, nella fase dell’accoglienza in reparto, all’avvio del periodo di ricovero. L’ospedalizzazione di un bambino crea per la famiglia una rottura fortissima della dimensione del quotidiano. Giocare in Ospedale può voler dire introdurre in un contesto del tutto nuovo un elemento  già conosciuto per il bambino e questo può costituire una benda su quella ferita che, inevitabilmente, il vissuto di malattia ha generato in tutti i membri del nucleo familiare al momento della diagnosi.

L’ospedale, inoltre, è un ambiente ovattato in cui il tempo scorre in maniera differente. L’alternarsi delle stagioni, le festività, arrivano da fuori come un eco lontano ed il tempo della famiglia può diventare un tempo sospeso. Il Gioco aiuta a riportare all’interno del reparto il naturale scorrere del tempo. Le nostre attività cercano costantemente di andare in questa direzione: coloriamo ad esempio la sala giochi con i colori tipici del periodo (carnevale, halloween, l’arrivo della primavera, ecc…) ponendo una particolare attenzione a non far risaltare solo i momenti legati alle feste religiose (Natale, Pasqua) nel rispetto delle molteplici provenienze culturali e religiose dei bambini ricoverati.

È importante segnalare che il lavoro con le famiglie si attua anche al di fuori dell’Ospedale, attraverso progetti di Ludoterapia a domicilio. Anche il momento del ritorno a casa può essere critico per tutto il nucleo familiare, che può mostrare difficoltà a riprendere una normale routine. Mi viene in mente un intervento recente svolto presso una famiglia che aveva altri due figli, fratelli del bimbo ammalato. La ludoterapia a domicilio ha consentito ai bambini di questa famiglia, attraverso il gioco condiviso, di ritornare ad essere fratelli, di riprendere i fili di una relazione che la lunga ospedalizzazione aveva reso fragili.

D: Finora abbiamo parlato di bambini, ma la vostra attività di ludoterapia si rivolge anche gli adolescenti. Che tipi di Gioco proponete loro?

R:  Abbiamo notato, e i recenti dati scientifici sembrano confermarlo, che il numero di adolescenti ospedalizzati per malattie di natura oncologica sta aumentando; questo anche in virtù di cure mediche sempre più efficaci che fanno si che bambini ammalati diventino nel tempo adolescenti.  Si tratta per noi di una sfida importante, che riconosce una differenza di bisogni e necessita di una diversificazione dell’offerta. Abbiamo visto che con gli adolescenti funziona molto bene l’utilizzo dei fumetti, la creazione ad esempio di story-board, che consentono la narrazione di storie. Talvolta si lasciano coinvolgere in attività manuali più complesse, oppure si propongono come “aiutanti” nel gioco con i più piccoli. Va detto che gli ospedali sono ormai dotati di connessione wi-fi e che pertanto molti adolescenti sono assorbiti da attività solitarie su smartphone o tablet, come gran parte dei loro coetanei fuori dalle mura del reparto. Pur non rinunciando a coinvolgerli, rispettiamo questo loro fisiologico interesse; tutt’al più ci stiamo interrogando su quale potrebbe essere l’utilizzo dei supporti tecnologici in un’attività di ludoterapia appositamente pensata per questa particolare fascia d’età.

D: A proposito di fasce d’età, possiamo dire che il Gioco non ha età e che anche gli adulti, seppur con attività di natura differente, hanno bisogno di giocare. Sarebbe pensabile secondo voi, un’attività di ludoterapia per pazienti adulti?

R:Certamente. Al momento esperienze di questo tipo sono rare, in virtù di una sorta di pregiudizio secondo cui il Gioco è una prerogativa del bambino. Abbiamo avviato alcune esperienze presso una RSA ed in quel contesto si sta rivelando molto efficace l’utilizzo della musica. Sappiamo inoltre di associazioni di clown-dottori che operano in alcuni reparti di geriatria. In generale, riteniamo che questa della ludoterapia con gli adulti sia sicuramente un’area da esplorare, anche in termini di ricerca.