Gioco & dintorni

Cosplay: cosa si cela dietro il piacere della maschera?

Verrebbe da pensare che il Cosplay sia un po’ come travestirsi a Carnevale, ma non è esattamente così. C’è qualcosa di più.

 

Qualche settimana fa si è tenuta a Roma la XX Edizione del Romics, Festival Internazionale del fumetto, appuntamento immancabile per gli appassionati del genere. Da tempo questa manifestazione ospita al suo interno un contest per Cosplayer, un evento dedicato a chi non solo ama seguire le avventure del proprio eroe preferito tra le pagine dei fumetti, ma aspira a vestirne i panni ed a sentirsi, per una giornata, proprio come lui. Durante questa ultima edizione sono stati selezionati e premiati i tre Cosplayer italiani che parteciperanno a competizioni internazionali quali la Yamato Cosplay Cup e il World Cosplay Summit.

Nato in Giappone intorno alla metà degli anni ‘90, il Cosplay è un’attività ormai molto praticata anche in Italia, soprattutto in occasione di grandi manifestazioni come il Lucca Comics & Games  ed il Romics, per citare i più importanti.

Ma di che si tratta per la precisione?

La parola CosPlay deriva dall’unione della parola Costume e della parola Play, giocare. Si tratta di un gioco dunque, basato sul piacere di interpretare un personaggio molto amato, il più delle volte scelto tra gli eroi del mondo Fantasy. Per i veri appassionati l’attenzione alla realizzazione di questa temporanea illusione è assoluta. Soprattutto se si intende partecipare ad un Contest – da soli o in team – la rappresentazione del personaggio è curata in ogni dettaglio, dal costume in sé agli accessori; il trucco, la mimica, la postura, tutto deve contribuire ad una realizzazione impeccabile. Lo scopo è riuscire a rendersi il più possibile somiglianti al personaggio prescelto.

Queste foto setacciate in rete rendono bene l’idea di questa grande attenzione ai dettagli e del risultato finale.

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Pensando alla classificazione dei giochi di Roger Caillois il Cosplay si configura come un gioco di Mimicry, ovvero basato sul travestimento e sull’imitazione. Esempi di questo tipo di Gioco sono la rappresentazione teatrale ed il Carnevale.

Verrebbe quindi da pensare che il Cosplay sia un po’ come travestirsi a Carnevale, ma non è esattamente così. C’è qualcosa di più.

Se a Carnevale si può utilizzare, ad esempio, un semplice costume da pirata, nel Cosplay il soggetto non si limita ad interpretare un pirata, aspira semmai  ad essere  Jack Sparrow , il pirata interpretato da Jhonny Depp nel film Disney “I pirati dei Caraibi”. Non un pirata qualsiasi dunque, ma quel pirata, un personaggio con una sua storia, dotato di un proprio preciso carattere, di peculiarità specifiche.

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Il Cosplay non consiste semplicemente nell’indossare un costume fedele all’originale. Indossando quella maschera il Cosplayer sceglie di assumere quell’identità, abbandonando temporaneamente la propria.

E allora, la scelta a monte su chi diventare ed il nesso tra questa scelta e l’identità del soggetto, diventa a mio avviso molto interessante.

Perché interpretare Batman e non Joker? Perché Alice e non la Regina di Cuori o il Bianconiglio?

La scelta attiene alla soggettività del singolo ed è spesso frutto di un meccanismo di identificazione. Si tratta di un riconoscimento nel personaggio di parti di sé percepite come positive, dunque da esaltare, oppure di un tentativo di appropriarsi attraverso la maschera di aspetti desiderati (il coraggio, la determinazione, l’astuzia) che però si ritiene di non possedere. Attraverso il gioco imitativo, il soggetto può sperimentarsi e viversi in nuove forme e questa esperienza può produrre nuovi apprendimenti su di Sé e sull’Altro (si pensi alla funzione evolutiva del gioco nella prima infanzia).

Se quindi ad un primo impatto la pratica del Cosplay può far erroneamente pensare ad una sorta di negazione della propria identità da parte del soggetto (voglio essere Batman perché io, che non sono un eroe, non vado bene) in realtà, a ben vedere, questo tipo di attività offre proprio l’occasione per vivere ed esprimere liberamente la propria personalità o parti di essa normalmente non espresse.

 

“Ogni Uomo mente, ma dategli una maschera e sarà sincero” (O. Wilde)

Come suggerito da questo celebre aforisma di Oscar Wilde, possiamo dire che la maschera non nasconde completamente l’identità, ma, paradossalmente, la esalta. Il Gioco del travestimento – basato sulla consapevolezza condivisa di una realtà fittizia – protegge dal timore del rifiuto sociale e rende un po’ più libera l’espressione di sé stessi.

Protetti dalla maschera, insomma, diciamo di noi molto più di quanto crediamo, ed i giovani che hanno affollato il Romics nelle scorse settimane, interpretando i propri beniamini, hanno a loro modo raccontato qualcosa di sé stessi e della propria realtà.

A voi è mai capitato di sentirvi come l’eroe di un romanzo o il protagonista di una pellicola? E’ mai successo che una storia di fiction somigliasse in alcuni suoi aspetti alla vostra? Avete mai desiderato di indossare altre vesti, di diventare qualcun altro, anche solo per poche ore?

 

 

Riferimenti

Caillois (1981). I giochi e gli uomini. La maschera e la vertigine. Ed. Bompiani, Milano.

Wilde (2000). Aforismi. Ed Mondadori, Milano.

http://www.romics.it/

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