Dall'altra parte della luna

Bello Figo e la conquista dell’ identità. Migrazione e questione identitaria

Quali questioni affrontano i migranti di seconda generazione, tra identità precarie e politiche di integrazione?

 

I suoi video amatoriali da tempo spopolano sul web, ha fatto infuriare più di un/una rappresentante della politica italiana con i suoi pezzi urticanti e satirici, la rivista Rolling Stone lo ha definito “l’artista più politicizzato che il rap italiano possa vantare”. Sto parlando di Paul Yeboah, in arte Bello Figo, il giovane rapper balzato agli onori della cronaca dopo un’ospitata in tivvù, in prossimità del referendum costituzionale cui aveva dedicato uno dei suoi testi più famosi. Così ho conosciuto anch’io questo giovane ghanese di 23 anni, partito dal suo paese nel 2004 per atterrare nella bassa padana, a Parma per l’esattezza, città ricca ed elegante, con una presenza straniera consolidata e numerosa. Ed ho ascoltato per la prima volta i suoi pezzi strampalati e spesso sgradevoli, in cui parla senza mezze misure di sesso, attualità, politica, di tutto ciò che accade insomma nella vita di un giovane come lui, che cerca di vivere in un paese che non è il suo per nascita e che, dovendo fare i conti con i disagi quotidiani, i pregiudizi e le paure reciproche, adotta come paradossale strategia di sopravvivenza l’acquisizione di quella identità negativa che luoghi comuni e strumentalizzazioni politiche attribuiscono ai migranti, amplificandola in maniera chiaramente autoironica nei suoi testi. In uno dei pezzi più famosi e cliccati sul web, “Non pago l’affitto”, rappa così:

Non paghiamo l’affitto … siamo negri noi … Tutti i miei amici son venuti con la barca, appena arrivati abbiamo casa, macchine … io non faccio l’operaio … non mi sporco le mani perché sono già nero … Io dormo in albergo a quattro stelle perché sono bello, ricco, famoso, nero … io sono un profugo!

E in un altro pezzo altrettanto famoso, “Referendum costituzionale”, rincara la dose:

Abbiamo 35 euro al giorno in albergo a fare festa… A dire la verità, nel mio paese non c’è nessuna guerra, volevo farmi una vacanza…non possiamo essere bravi perché siamo negri!

Se da una parte l’operazione del giovane rapper può apparire discutibile, dall’altra offre interessanti spunti di riflessone sul tema complesso della questione identitaria e sul disorientamento vissuto da molti suoi coetanei, cosiddetti migranti di seconda generazione, termine sulla cui appropriatezza si potrebbe discutere a lungo. Giovani che faticano a trovare la propria collocazione, schiacciati dagli stereotipi e divisi tra la cultura dei loro genitori e quella del paese in cui vivono. In un bel libro di Ahmed Djouder, “Disintegrati” (Il saggiatore, 2005), lo scrittore arabofrancese  descrive molto bene l’esperienza di appartenere a più mondi, di sentirsi francese e contemporaneamente anche arabo, o africano o altro ancora, e di come il  mandato familiare e sociale di un’ appartenenza esclusiva, crei polarizzazioni e fratture identitarie. Troppo spesso le potenzialità delle seconde generazioni vengono sottovalutate, e non si comprende che la capacità di muoversi con flessibilità tra più mondi fa di loro l’avanguardia eroica delle società in trasformazione.

Inevitabile una riflessione sulle politiche di integrazione e su come troppo spesso si fondino più sul significato letterale di questa parola – “incorporazione di una certa entità etnica in una data società”- trasformandola in una strategia di sicurezza, finalizzata all’assimilazione di caratteristiche non gradite a modelli culturali poco permeabili alle diversità. Non posso non pensare all’affermazione di Matteo Salvini che in riferimento alle politiche migratorie e al fenomeno Bello Figo, in un’intervista di pochi giorni fa ha addirittura parlato di rischio nel nostro paese di una “sostituzione etnica”.

Per capire meglio, prendiamo ad esempio la Francia che ha adottato il modello dell’assimilazione, che garantisce uguali diritti ai cittadini stranieri purché si conformino alla cultura francese, sottoscrivendo un “contratto di integrazione”, proposto anche in Italia nel 2012. Oppure pensiamo al  modello tedesco che se da una parte tutela e mantiene le diversità, dall’altra considera “ospiti temporanei” le persone migranti,  producendo  una sorta “precarizzazione identitaria”, introdotta da noi con la legge Bossi-Fini. E così in certi contesti, la fede può diventare l’unica differenza possibile a cui aggrapparsi, per mantenere l’illusione dell’unità e della coerenza e tenere insieme frammenti di identità altrimenti perduti, col rischio di scivolare nelle derive dell’intolleranza religiosa.

Il fallimento di politiche etnocentriche e discriminatorie, riapre la discussione su quali siano invece altre strade perseguibili, per non rimanere sopraffatti gli uni e gli altri dalla paura di perdere il nostro centro di gravità permanente, rischiando di non cogliere questa opportunità trasformativa del nostro tempo. Processi di integrazione efficaci dovrebbero basarsi su una relazione di reciprocità, in cui singole identità dialogano per produrne nuove condivise, che includono e superano quelle di partenza. Come psicologi e professionisti che operano in contesti di accoglienza e di cura, abbiamo l’obbligo di prendere consapevolezza delle nostre paure e dei nostri “integralismi”, di provare a cambiare prospettiva. Anche la macchina dei servizi socio-sanitari, infatti, può trasformarsi in un sistema invasivo, svalutante e perverso, impegnato ad assicurare il minimo vitale alle categorie emarginate, di cui finisce per alienare, spersonalizzare e appiattire le residue potenzialità. Le aree primarie di investimento, oltre a quelle di sostegno alle famiglie straniere e alle seconde generazioni, restano quelle dei contesti educativi, luoghi privilegiati di costruzione dell’identità sociale, a partire da nidi e scuole dell’infanzia. Poiché sono le nuove generazioni, migranti e non, lo snodo strategico dei percorsi di coesione culturale e sociale, la vera risorsa cui spetterà il compito di costruire altri modi di stare al mondo, sempre che noi adulti-genitori, educatori, professionisti della cura – avremo saputo accompagnarli in questo percorso. E se per far questo ci fosse bisogno anche della sfida del rap di Bello Figo, ben venga. A patto che si colga la sua provocazione e si riesca ad andare oltre la sua plateale rappresentazione di sé e di quanti vivono la sua condizione.

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  • Flaneur97
    • Daniela Vercillo

      Grazie per la segnalazione, conosco il documentario che ho visto quando è uscito e che ho trovato molto bello e vero. Come accenno nel post, trovo la definizione “migranti di seconda generazione” erronea, poiche riferita a persone che di fatto non sono mai migrate, ma nate e cresciute in un paese, l’Italia in questo caso, il loro paese.