Cronache dalla comunità terapeutica

Diamo un calcio all’isolamento

Da qualche anno gli ospiti della comunità mi parlano di calcio.

Inizialmente sono rimasto sorpreso perché a farlo non erano soltanto i “tifosi dichiarati”, per capirci quelli che il lunedì si sfottono rispetto ai risultati delle rispettive squadre; la cosa particolare è stata che ne sentivo parlare da quelle persone che del calcio in TV non si interessavano e alcuni di loro addirittura lo detestavano.

Ma questo modo di giocare è differente…” mi spiegavano.

Ho realizzato che questo era dovuto ad un significativo cambiamento nelle attività della comunità: il laboratorio di calcetto del martedì, un’attività riservata ai soli residenti della struttura ai quali si univa qualche operatore, è divenuto gradualmente qualcos’altro accogliendo al suo interno altri partecipanti. La partita di calcio è diventata uno spazio aperto a tutti facendo sì che la cura cominciasse ad essere realizzata anche direttamente sul territorio.

Adesso alla partita del martedì pomeriggio partecipano anche bambini delle medie, ragazzi di vent’anni e adulti oltre i 40 anni. Nessuno di loro aveva mai avuto a che fare prima con le comunità terapeutiche.

Il mio collega Massimo Scarabattoli, che ha deciso di introdurre questo cambiamento, mi ha spiegato che questa idea è stata realizzata per la prima volta nel 2009 a Roma, nel quartiere di Corviale, e successivamente è stata esportata in varie zone d’Italia.

Questo modo diverso di incontrarsi per giocare a calcio si chiama Calcio Sociale e ha uno specifico regolamento che permette a tutti di partecipare con l’obiettivo di creare “un modello di società più giusto e coeso trasformando i campi di calcio in palestre di vita”, proponendo l’integrazione tra chi attraversa delle difficoltà temporanee, o anche stabili, e chi è più fortunato.

Ecco alcune regole: l’età dei partecipanti va dai 10 ai 90 anni; le squadre vengono assortite in modo da essere equilibrate rispetto alla bravura dei partecipanti; si possono fare massimo 3 gol a persona in modo da far segnare tutti; non c’è l’arbitro e ogni giocatore è responsabile del mantenimento delle regole, quando sorge un dubbio rispetto ad un evento di gioco gli educatori (due per squadra) cercano una soluzione.

Il mio collega mi racconta che “oltre ad un miglioramento nelle capacità relazionali ed un adattamento alla vita sociale sempre maggiore, l’ obiettivo è stato anche quello di far crescere in tutti una maggiore conoscenza e consapevolezza rispetto alla salute mentale. Far scoprire le risorse e qualità che ogni individuo possiede, trasmettendo sempre di più il messaggio che prima di tutto viene la persona con le proprie emozioni e bisogni e solamente dopo le difficoltà che la patologia comporta”.

Quello che era “solamente” uno momento riabilitativo della comunità terapeutica si è trasformato in uno spazio offerto all’intera cittadinanza.

Il progetto del Calciosociale permette agli utenti della comunità “non solo di praticare uno sport, ma soprattutto dà loro l’opportunità di potersi sperimentare nell’interazione con la realtà locale in un’attività di integrazione sociale di cui può giovarsi l’intera collettività”.

Effettivamente alcuni ospiti della comunità sono molto soddisfatti quando possono tornare a fare le cose fuori dalla struttura terapeutica, per altri addirittura è la prima volta in cui si trovano a fare cose di questo tipo al di fuori “dell’area di protezione” del luogo di cura.

Il Calciosociale, dal punto di vista delle cure comunitarie, è un’attività che promuove la cura al di fuori dei confini della comunità stessa, in linea con quanto promosso dalla legge 180 e con le più recenti ricerche in psicoterapia secondo le quali diviene fondamentale la cura delle relazioni reali della persona (oltre che di quelle intrapsichiche) e la progressiva acquisizione di competenze che permettano di muoversi in nuovi contesti al di fuori di dimensioni più conosciute e famigliari.

Allo stesso modo in cui un genitore “sufficientemente buono” deve consentire ai propri figli di fare a meno di lui non appena questi saranno cresciuti, così la comunità terapeutica deve porsi come importante obiettivo quello delle dimissioni dei propri utenti e di permettere loro di andare oltre la comunità stessa.

Per fare questo sono necessarie attività che consentano di sperimentarsi gradualmente in dimensioni di progressiva autonomia, prima all’interno della struttura terapeutica, e poi all’esterno in attività socializzanti quali quelle riabilitative oppure, nella fase finale del percorso, in esperienze di formazione professionalizzante ed infine all’interno di tirocini lavorativi. Tutto questo per consentire alla persona che è in cura di ritornare gradualmente a vivere la propria vita o di cominciare a farlo per la prima volta se prima non era stato possibile.

In comunità terapeutica, attraverso le attività pratiche, gli ospiti spesso colgono i grandi cambiamenti che stanno avvenendo nello stato di salute proprio ed altrui. Per mezzo di queste esperienze si scoprono capacità che si pensava di non possedere o si temeva fossero andate perdute con l’emergere del disagio.

Giorni fa, durante un colloquio di psicoterapia, Antonio mi raccontava il suo punto di vista rispetto al cambiamento osservato nel compagno Fabrizio: “sembra un’altra persona da quando viene a giocare a calcio, invece di starsene da solo per tutto il tempo adesso parla in modo rilassato con tante persone”; anche Fabrizio mi racconta della grande soddisfazione nel sentire di aver affrontato le proprie paure rispetto ad una esperienza nuova per lui.

Sitografia:

Calciosociale Roma: www.calciosociale.it

Progetto Calciosociale Carsoli: www.facebook.com/CalciosocialeCarsoli

Photo credits: Boyd ( https://www.flickr.com/photos/rb3wreath/718839822/ )


  • Simonetta Putti

    Questo progetto è così ben descritto che quasi il commento appare superfluo.. mi soffermo però sulla descrizione del ‘gioco’ ed in particolare su un dettaglio: “non c’è l’arbitro e ogni giocatore è responsabile del mantenimento delle regole…” Mi sembra rilevante l’assenza della figura istituzionale dell’arbitro, con il conferimento della responsabilità al giocatore stesso: possibilità data, quindi, di sviluppare la propria parte ‘arbitro’ muovendosi dentro e secondo le regole, ma anche di porsi a distanza per guardarle e cogliere eventuali trasgressioni….

  • http://www.ordinepsicologilazio.it/blog/mens-sana-in-corpore-sano/ Luana Morgilli

    Ciao Roberto, ti ringrazio per questa bella testimonianza riguardo lo sviluppo e l’incremento delle competenze sociali e relazionali dell’individuo attraverso uno sport di squadra.
    Soprattutto è bello averne una conferma così forte da un contesto così importante come quello delle comunità terapeutiche.