Cibo per la mente

Flexitariani: vegani part-time o salutisti radical chic?

Vegetariani, fruttariani, vegani, crudisti, respiriani e adesso anche flexitariani...ma di che si tratta?

 

Se pensavate di aver sentito di tutto dovrete ricredervi perché il trend dei neologismi in materia di regimi alimentari sembra non avere confini: eccoli lì che scalzano impudenti vegani e fruttariani. Sono i flexitariani i fautori di uno dei regimi alimentari più…. normale che si possa immaginare!

Vegetariani, fruttariani, vegani, crudisti, respiriani e adesso anche flexitariani! Si nutriranno di locuste in salsa Guacamole? Arrostiranno le ali delle farfalle solo per far dispetto ai vegani? Si ciberanno di palline di naftalina come l’extraterrestre Eta Beta? La risposta non potete indovinarla perché va oltre la vostra più fervida immaginazione… probabilmente fra di loro ci siete anche voi e neanche lo sapevate!

Dai vegani ai flexitariani: ogni regime alimentare ha la sua etichetta

Ad ogni cosa il suo nome. Mai principio fu maggiormente preso alla lettera! Pare che non si possa più semplicemente mangiare, ma sia necessario uniformarsi a questo o a quel regime alimentare/dietetico/filosofico per poter star tranquilli che la nostra alimentazione sia sotto controllo. Non è un mistero per nessuno che regimi alimentari che solo dieci o vent’anni fa erano ritenuti scelte (o necessità) elitarie di pochi oggi siano divenute delle vere e proprie mode, delle tendenze a cui uniformarsi: senza carne, senza derivati animali, senza latticini, senza glutine…. Al di là di specifiche necessità o scelte spirituali (appannaggio comunque di minoranze), l’ascesa e la fama mediatica di questi regimi alimentari rivela quanto sia ormai diffuso l’appeal del richiamo di un qualsivoglia tipo di alimentazione purché: escludente/limitante uno o più tipi di alimenti, ispirato a principi etici/spirituali o salutistici di qualche tipo che suggeriscano una regola. Il caso dei flexitariani sembra un paradosso: non si tratterebbe altro che di un regime alimentare basato su un moderato consumo di carne e un abbondante consumo di vegetali, che vorrebbe conciliare la necessità di una limitazione all’introduzione di proteine animali con quella di una certa flessibilità alimentare che non imponga di escludere rigidamente alcune categorie di alimenti. In pratica un’alimentazione forse non tanto distante da quelle che ordinariamente consiglierebbe un buon nutrizionista (o che praticherebbe un vegetariano poco convinto). Ma, vien da chiedersi,  perché c’è bisogno di assegnare un nome, un’etichetta, al modo in cui mangiamo, tanto che sentiamo il bisogno di farlo anche quando seguiamo regimi alimentari sostanzialmente “normali”?

L’appeal emotivo che le corrette informazioni non hanno

Vien da pensare che, per qualche ragione, leggere su un sito web che sarebbe bene e salutare consumare molte porzioni di frutta e verdura e limitare il consumo di carne a poche volte a settimana non faccia lo stesso effetto, non richiami la stessa attenzione che denominare un simile regime alimentare come invito alla dieta flexariana! Sto probabilmente un po’ semplificando i termini della faccenda, i nutrizionisti non me ne vogliano, ma la questione a cui mi riferisco non è tanto nel merito dei singoli alimenti, quanto nel differente effetto mediatico che hanno due notizie di questo tipo. E’ d’altra parte storia nota quanto le campagne di sensibilizzazione basate solo sulle corrette informazioni non bastino per muovere le persone ad adottare stili di vita più salutari. Certo che no perché, come ci insegnano gli esperti di psicologia della comunicazione, ogni messaggio può essere recepito in due modi: analizzando razionalmente e criticamente il suo contenuto o lasciandosi “sedurre” emotivamente dalla forma con cui è veicolato (Petty e Caccioppo, 1986). Inutile dire quale delle due strade abbia la corsia preferenziale nell’era dell’informazione digitale…

Chi decide cosa mangiare la posto nostro?

Perché dunque definirsi flexitariani fa più presa che seguire semplicemente delle raccomandazioni nutrizionali utili per la salute? Dov’è la differenza? Forse (i nutrizionisti mi correggano) in una manciata di vegetali in più o in una fettina di carne in meno? Può darsi, ma non è detto sia questo per l’utente a fare la differenza. Leon Rappoport è uno psicologo sociale statunitense che per anni ha studiato le determinanti psicologhe, sociali e antropologiche associate alle scelte alimentari. Egli osserva come esistano delle interessanti analogie fra alcune credenze negli uomini primitivi e quelle che sembrerebbero sottese a volte alle nostre attuali scelte alimentari. Sembra, in altre parole, che il mangiare risvegli in noi bisogni psicologici ancestrali e meno “raffinati” di quanto vorremmo pensare. Uno di questi è quello legato ad una visione mitica del mondo: gli uomini primitivi avevano i loro dèi a cui affidarsi come ispiratori/regolatori delle loro azioni e anche noi in qualche modo, nel decidere cosa e come mangiare, cerchiamo spesso personalità o principi guida a cui uniformarci con altrettanta dedizione: i guru dell’alimentazione che hanno dato nome a tante diete del passato, ma anche i diversi regimi alimentari, felxarianesimo compreso, che ci offrono una guida da seguire nella babele alimentare del terzo millennio.

Perché abbiamo così tanto bisogno di regole esterne? Sembra che in assenza di un regolatore esterno ci riteniamo incapaci di trovare una regola in noi stessi, di affidarci ai nostri segnali di fame e sazietà e a quello che già sappiamo per seguire un’alimentazione che abbia un senso. Sostituire un piatto di carne con un’insalata (o quello che volete) sembra difficile se dobbiamo essere noi a deciderlo, più semplice e “invitante” se lo facciamo dichiarandoci “flexitariani”…!

E il paradosso è che il Flexitarianesimo va in qualche modo a normare, a prescrivere, il principio stesso della flessibilità alimentare a cui si ispira.

Viene alla mente il famoso paradosso comunicativo di Watzlawick “Sii spontaneo!”…

 

 

Riferimenti

Leon Rappoport, (2003) Come mangiamo, Appetito, cultura e psicologia del cibo, Ponte Alle Grazie.

Petty, R. E., & Cacioppo, J. T. (1986). Communication and persuasion: Central and peripheral routes to attitude change. New York: Springer-Verlag

Photo credits: brian https://www.flickr.com/photos/brianpdx/7315275760