Adolescenti, genitori e scuola

La scuola è un intreccio di relazioni: la ricerca di un linguaggio comune

A scuola ogni studente, insegnante, genitore, esprime il proprio modo di essere attraverso livelli di comunicazione complessi.

Lavoro nella scuola superiore come consulente da più di venti anni, ne conosco molte sfaccettature che condividerò in questo blog.

La scuola è un intreccio di relazioni in cui i protagonisti sono alla continua ricerca di un linguaggio comune per intendersi. Non sempre ci riescono.

A scuola ogni studente, insegnante, genitore, esprime il proprio modo di essere fatto di affettività, emozioni, sentimenti, e questo si trasforma in un messaggio più o meno comprensibile e condiviso dagli altri in base al livello di comunicazione che si stabilisce tra loro, e alla significatività che assume il rapporto stesso (rapporto caratterizzato dall’amicizia, dalla progettualità, ecc.).

Il grado di convivenza che vi si crea, fa della scuola un luogo in cui si costruiscono necessariamente rapporti significativi, in positivo o in negativo, e le comunicazioni possono essere elaborate attraverso il significato  personale e/o attraverso un significato comune.

Quando i rapporti sono armonici, il racconto di vicende comuni ha un significato comune (un’esperienza, anche conflittuale viene raccontata secondo una narrazione comune); in rapporti disarmonici i racconti diventano separati: ognuno focalizza l’attenzione su aspetti diversi della questione, con attribuzioni diverse nel rapporto di causa-effetto.

Quando l’alunno manifesta uno scarso rendimento scolastico, un insegnante può dire: “questo alunno proprio non si applica”, mentre lo studente pensa “la prof. di italiano mi ha preso di mira” e sua madre crede che “l’insegnante di italiano non capisce mio figlio” e ognuna di queste affermazioni può essere legittima anche se tiene conto di una sola parte della realtà perché ognuna rappresenta l’interpretazione personale di un’esperienza comune. La stessa esperienza su un piano più condiviso potrebbe corrispondere a “la prof. di italiano si aspetta dall’alunno conferma e riconoscimento attraverso la preparazione, lo studente si aspetta di essere riconosciuto prima come persona e poi come studente, ha paura di non essere all’altezza della situazione e non prova per niente a studiare, il genitore sente continuamente il rischio della disconferma del proprio progetto educativo”.

I tre vissuti hanno in comune il reciproco bisogno di riconoscimento e conferma del proprio modo di essere, del proprio ruolo e del proprio operato.

Certe incomprensioni possono essere superate se e quando i soggetti che interagiscono riescono a conoscere e comprendere ognuno il punto di vista dell’altro. Un insegnante valuterà in modo diverso uno studente che “non si impegna” se arriva a conoscere qualche sfaccettatura del suo carattere al di là dell’apparenza. Uno studente avrà meno soggezione di un insegnante esigente, se riesce a sapere qualcosa di lui che glielo faccia vedere anche come persona. Un genitore si sentirà meno in colpa se riuscirà a vedere suo figlio anche come individuo autonomo e non solo come il “prodotto” delle proprie scelte educative.

In una scuola ideale ogni protagonista ha consapevolezza del proprio modo di funzionare, dei propri bisogni, delle proprie fragilità, delle motivazioni personali e quando comunica si preoccupa di capire chi ha davanti, di essere chiaro nel messaggio che manda e di interpretare correttamente il messaggio che riceve. Nella scuola reale la comunicazione è facilmente insufficiente, frettolosa, frammentaria e l’incomprensione è sempre probabile.

È importante ricostruire la continuità e il significato complesso della comunicazione, cercare di vedere le cose da diversi punti di vista per comprendere meglio i comportamenti di un insegnante, di un collega, di un compagno o di un genitore al di là della reazione personale che questi possono stimolare.

Concludo con un esempio: la mamma di Andrea chiede l’ennesimo colloquio con l’insegnante di matematica perché le sembra sempre ingiusta verso il figlio, l’insegnante, da parte sua, ha già sperimentato le proprie difficoltà a contenere le accuse della signora e a cercare di farsi capire. Andrea, terzo anno, manifesta un atteggiamento di sfida e messa alla prova degli adulti, a casa e a scuola, con i suoi comportamenti aggressivi esprime protesta, senso di ingiustizia e bisogno di centralità, oltre a mettere alla prova la tenuta emotiva delle sue figure di riferimento. Quello che viene decodificato dagli adulti è soltanto il non riconoscimento dell’autorità, il ragazzo viene perciò spesso punito attraverso rimproveri e note disciplinari che paradossalmente ottengono l’effetto opposto, accentuando il sentimento di ingiustizia. La madre si aspetterebbe comprensione e aiuto da parte della scuola nella gestione di Andrea, ma il tono della comunicazione invia un messaggio prevalentemente di accusa, l’insegnante vorrebbe dalla famiglia di Andrea un atteggiamento coerente con i suoi provvedimenti disciplinari e il suo atteggiamento severo rinforza l’idea materna della persecuzione verso il figlio. In realtà vorrebbe aiutare di più il ragazzo ma non ha ancora capito come fare.

Tutto questo da qualche mese a questa parte, da quando cioè Andrea è stato vittima di un incidente che lo ha costretto qualche settimana in ospedale, senza conseguenze gravi ma con la rabbia per quello che gli era successo ingiustamente dato che era stato investito da una macchina mentre attraversava sulle strisce pedonali: probabilmente aveva bisogno di una maggiore attenzione da parte dei genitori e della scuola in questo suo momento di percepita vulnerabilità. I genitori, invece, erano sempre molto concentrati sulla figlia più piccola, Gioia, nata con una malformazione cardiaca e gli insegnanti alle prese con tanti studenti e perciò con la difficoltà di riconoscerne in modo puntuale i singoli bisogni.

Ci sembrano incredibili a volte le storie che si ricostruiscono, ma è proprio quello che accade. Ciò che possiamo fare è, come dicevo, cercare di cogliere il significato di ognuno dei protagonisti e favorirne la condivisione con gli altri, lavorare per costruire una reciprocità più articolata affinché  un problema possa portare a un livello più sofisticato di comunicazione piuttosto che a un blocco cortocircuitante della relazione.

 

 

Photo credits: Nick Amoscato (https://www.flickr.com/photos/namoscato/8297366194/)