Adolescenti, genitori e scuola

Le assenze e la reciprocità nelle relazioni scolastiche (II parte)

I risultati di un’indagine

 

Difficilmente uno studente viene al Centro di Ascolto per parlare delle sue assenze, è stato perciò utile somministrare un breve questionario per avere qualche informazione in più sulla forma e sulle motivazioni che le assenze assumono.

Il questionario, costituito da 12 domande, é stato somministrato su un campione di 30 classi su 38 dell’istituto, per un totale di 593 studenti di cui 300 femmine e 293 maschi. Vediamo qualche risultato. 

Domanda : Ti capita o ti è capitato di non avere voglia di andare a scuola? La maggior parte degli studenti (85% circa) provano avversione verso l’andare a scuola, ma soltanto una parte di loro (il 38% circa) mette in atto un’assenza, nella maggior parte dei casi (risposte alla domanda successiva), con il consenso della famiglia.

Domanda : Quando non hai voglia di andare a scuola di solito è perché..? la risposta più scelta è “perché non hai fatto i compiti e non sei in grado di affrontare un compito o un’ interrogazione”. E’ un risposta che possiamo quasi dare per scontata, sembra verosimile che la maggior parte dei ragazzi che non vuole andare a scuola è perché non ha studiato e ha paura di essere scoperto, anche se noi la consideriamo in una sequenza che non va necessariamente in questa direzione: uno studente non ha voglia di studiare e poiché non ha studiato evita di andare a scuola, oppure non ha voglia di andare a scuola e questo fa scattare la molla del non studiare, a questo punto è il non fare i compiti ad essere una conseguenza e non la causa.

Il caso di Claudio

Claudio, un ragazzo del secondo anno, si è presentato al Centro di ascolto perché  voleva interrompere la scuola, a causa di problemi di rendimento e dei difficili rapporti con gli insegnanti.

Approfondendo l’argomento insieme, è venuto fuori che lui in verità aveva paura di venire a scuola, perché era continuamente oggetto di scherno da parte di alcuni compagni di classe e si sentiva molto vulnerabile rispetto a loro. Non poteva parlarne con gli insegnanti, perché lo avrebbero accusato di avere sempre qualche scusa per non impegnarsi, cosa per altro già successa. Inoltre a casa il padre che lo seguiva nei compiti, per spronarlo lo rimproverava in continuazione di non essere abbastanza bravo in matematica, di essere lento e insicuro, portando sempre se stesso come esempio da seguire. Poiché il ragazzo ammirava molto il padre, aveva ormai il senso di averlo deluso per non essere come lui e non poterlo mai diventare, tanto da avere voglia di rinunciare ad essere qualsiasi cosa di diverso da suo padre.

Quello di Claudio, è solo uno dei casi in cui il fare i compiti e l’andare a scuola sono in relazione tra loro in maniera complessa.

E’ sempre bene capire da cosa nasce la svogliatezza ed entrare di più nel merito della questione.

Si dice spesso che uno studente in difficoltà è un adolescente in difficoltà e si rinvia il problema alla situazione familiare.

In effetti la scuola è uno dei campi in cui facilmente si generano conflitti tra genitori e figli, o meglio è uno dei campi in cui più facilmente si esprimono.

Problemi nel rapporto con i genitori si rifletteranno sull’andamento scolastico.

Ma qualsiasi problema dello sviluppo non può non coinvolgere la scuola e i rapporti significativi che lo studente stabilisce con gli insegnanti e con i compagni ,dal momento che buona parte del suo tempo lo trascorre lì.

Anche serie difficoltà familiari, da sole non giustificano completamente il non impegno scolastico, tanto meno la non assiduità. Ci deve essere una qualche forma di non adattamento per rifuggire la scuola, che altrimenti potrebbe diventare un porto sicuro in cui rifugiarsi e avere effetti compensatori rispetto alle eventuali tensioni familiari. 

Il caso di Andrea

Andrea ha 14 anni e ha iniziato il liceo scientifico da pochi mesi. La mattina si prepara per andare a scuola, esce di casa, scende i due piani di scale, quando arriva al portone si piega in due per i dolori addominali, sta troppo male, non può andare a scuola. Doveva essere interrogato in matematica e invece risale a casa.

Non è la prima volta che gli succede e ogni volta nei giorni in cui deve sostenere una prova a scuola, è chiaro per tutti a casa, come queste due cose siano in relazione: il solo pensiero di dover sostenere una prova gli crea una forte tensione che culmina con i dolori e migliora lentamente man a mano che si allontana il pericolo di andare a scuola.

E’ la mamma che viene al Centro di Ascolto.

Come mamma soffre a vedere suo figlio in quelle condizioni e non se la sente di mandarlo a scuola lo stesso. Sente anche il peso della responsabilità, anzi ritiene di essere la causa di quello che succede ad Andrea, deve avere sbagliato qualcosa. Anche Andrea, da parte sua, si sente in colpa per i problemi che crea in casa con i suoi malesseri: il padre si arrabbia e minaccia punizioni, la madre piange e il fratellino le va dietro.

Si può immaginare che Andrea abbia un problema nel rapporto con gli insegnanti e/o che non abbia ancora stabilito rapporti sereni con i nuovi compagni e che questo contribuisca a creare le condizioni in cui si scatena la crisi.

La madre mi dice infatti che nel parlare della scuola, Andrea si esprime spesso con frasi come: “a loro di me non gliene frega niente” riferendosi agli insegnanti.

Forse Andrea sente particolarmente la mancanza di una relazione diretta con loro e non ce la fa a sostenere gli impegni scolastici in un contesto in cui sembra sentirsi ignorato. Con questo vissuto è difficile per lui mettersi in gioco ed esporsi.

Andrea ha anche un problema in famiglia, ha paura di deludere i genitori, sente delle aspettative alte rispetto alla scuola e questo è sufficiente per alzare il livello delle attivazioni emotive. Il non poter contare su un riconoscimento a scuola evidentemente amplifica il potenziale di rischio nell’interrogazione: il rischio di essere disapprovati, criticati, giudicati inadeguati, ecc. Quello che da fuori può sembrare una mancanza di impegno, gli insegnanti in fondo vedono solo che il ragazzo non si presenta alle prove, è uno per contenere l’esposizione.

E’ importante in questi casi che gli insegnanti siano informati delle difficoltà dei loro studenti, che si stabilisca una comunicazione, una relazione tra insegnanti e genitori che vada al di là dello scambio di informazioni sulle valutazioni scolastiche.

Domanda : Se fai (o hai fatto) assenze senza dirlo ai tuoi genitori, come trascorri le ore in cui dovresti essere a scuola?, le risposte ci danno un quadro orientativo di come viene speso il tempo rubato alla scuola, e nello stesso tempo ci dicono che la metà  circa degli studenti (48,7%) non ha mai fatto assenze senza prima dirlo ai genitori.

Domanda: Quando poi torni a casa…..? Le famiglie vengono in ogni caso informate nel 77,5% dei casi o subito, o al rientro a casa. Queste risposte sembrano in linea con quanto lamentato dagli insegnanti: i genitori nella maggior parte dei casi conoscono il comportamento assenteista dei figli. Non sappiamo quanto in effetti lo sostengano.

Il caso di Francesco

Al colloquio con l’insegnante di filosofia la mamma di Francesco viene a sapere che suo figlio è stato spesso assente da scuola. Il ragazzo messo con le spalle al muro, ha confessato senza riuscire a dare un motivo coerente alle sue assenze, l’unica cosa che sapeva dire era che quando arrivava davanti alla scuola sentiva l’impulso ad andarsene ed era quello che faceva. Il tempo scolastico Francesco lo trascorreva girando la città sugli autobus senza una meta precisa.

Probabilmente le fughe da scuola erano in relazione ad alcune difficoltà del giovane a relazionarsi con i coetanei e con gli insegnanti e  forse questo era un aspetto da approfondire direttamente con lui nel frattempo, prima che il ragazzo si potesse cacciare nei guai, era necessario che la famiglia fosse tollerante rispetto al suo bisogno di non andare a scuola  consentendogli di tornare o di rimanere a casa. Così è stato.

L’appoggio dei genitori ha tranquillizzato il ragazzo che, non essendo più costretto ad andare a scuola, si sentiva anche più libero di andarci e affrontare le difficoltà di inserimento.

Non sempre l’elasticità dei genitori è sufficiente a risolvere il problema, in ogni modo questo è sicuramente uno dei casi in cui la famiglia sostiene l’assenza del figlio, per proteggerlo da se stesso e dai disagi scolastici quando questi vengono poco riconosciuti a scuola.

Domanda: Se hai detto la verità ai tuoi genitori dopo come ti senti? La maggior parte degli studenti però, come abbiamo visto, preferisce informare personalmente i propri genitori della futura o della avvenuta assenza. E’ in gioco il proprio senso di onestà, spensieratezza e serenità Mentire ai propri genitori genera nella maggior parte dei casi sentimenti di colpa e di disonestà.

Considerare le assenze come la forma che assume la reciprocità  nella relazione insegnante-studente-genitore ci permette di dare maggiore coerenza al fenomeno.

E’ importante dare spazio ai diversi punti di vista dei protagonisti della scuola, calandoli nello specifico contesto in cui convivono, solo così possiamo arrivare a comprendere il significato che costruiscono, o non costruiscono insieme ed eventualmente programmare interventi mirati a favorire le potenzialità comunicative.

Sarebbe poi utile che future riforme della scuola prevedessero il recupero della centralità del rapporto insegnante-studente, che gli insegnanti possano avere più strumenti per costruire relazioni efficaci, che non debbano più fare salti mortali per portare a conclusione i programmi ministeriali ma che si possano “permettere” di seguire e aiutare tutti gli studenti a tenere il passo e a trovare ognuno la propria strada.