Absurdistan

Un Piano Terapeutico

Antefatto — Ho una zia, che mi è molto cara, di 94 anni; deve intraprendere una cura per il cuore che comporta l’assunzione di un certo farmaco “salva-vita”, molto costoso, che da poco tempo il SSN rilascia gratuitamente ma solo a fronte della redazione di un Piano Terapeutico predisposto da uno specialista ospedaliero e caricato sulla piattaforma informatica dell’Agenzia Italiana del Farmaco. Per mia zia questo Piano è stato redatto nell’ospedale civile di Pescara, mentre si trovava lì, dove ho una casa in cui la ospito durante i periodi di vacanza, quando a Roma o fa troppo caldo, o troppo freddo, o resterebbe da sola.

Primi di agosto — Roma. Il medico di base, acquisito il Piano Terapeutico, mi consegna la prescrizione, con la quale mi reco candidamente in una farmacia. Qui apprendo che il nominativo di mia zia non è presente nel Sistema informatico del Servizio Sanitario della Regione Lazio: forse il medico di base ha riportato male il suo codice fiscale? Torno con il tesserino di mia zia. Il CF è giusto. Altra ipotesi: forse il Sistema (chiamiamolo HAL.9000, per comodità) non è stato caricato correttamente? Il consiglio è di aspettare (non è chiaro quale Entità Superiore aggiusterebbe le cose). Più o meno lo stesso copione in altre due farmacie, dove provo nel dubbio che la prima, e poi la seconda, abbiano solo fatto confusione. Non mi arrendo: chiamo il medico di base e chiedo assistenza; il medico di base ha un’idea astuta, telefona al rappresentante della casa farmaceutica, che risulta essere l’unico in possesso delle informazioni necessarie. Dovrò recarmi alla Farmacia Territoriale della ASL, e fare registrare il Piano.

Qualche giorno dopo, ore 09/15, poco dopo l’orario di aperturaInteressante organizzazione della Farmacia Territoriale: un ufficetto nei sotterranei di un grande ospedale, senza finestre, e un budello di corridoio, sempre senza finestre, in cui siamo un centinaio di persone stipate in piedi, la maggior parte anziani; la fila c.d. “A” per certe operazioni (come il ritiro di farmaci), ha i numeretti taglia-coda, noi pària della “B”, che è solo per ossigeno e registrazione dei Piani, siamo senza numeretti, e arrivando si deve urlare «Chi è l’ultimo?!» per farsi collocare in una improbabile sequenza autogestita. Tutto questo si apprende sul campo, mentre un’accozzaglia di cartelli sghembi scritti a mano e appiccicati al muro con lo scotch, non solo non fanno capire niente, ma confondono le idee. Per fortuna al parcheggio ho messo sul cruscotto dell’auto un permesso di 2 ore…

foto articolo 1Ore 09/45 — Non avendo niente da fare tengo un micro-diario scrivendo sul cellulare. Abbiamo scoperto che occorrerebbe una fila “C”, perché ci sono persone che presentano esigenze non rubricabili né come “A” né come “B”… Questi apolidi senza identità vagano smarriti su e giù per le file legittime, non osando mettere il naso nella stanza per chiedere, e vanno compatiti: essi paventano l’aggressione frontale dall’ufficio (di dove abbaiano a chiunque si affacci alla porta), e anche e forse più quella dei titolari della fila “B”, che temono lo scavalcamento più della noia, del caldo e dell’asfissìa, e sono pronti a saltare addosso a chi cerca di fare il furbo… La tensione rischia di salire, e in questo luogo angusto non è proprio il caso: si rende necessario un intervento psicologico!

Ore 10/00 — Così, con altre tre o quattro simpatiche persone (se ne trovano sempre, in questi casi) ci impegniamo ad alleggerire l’atmosfera: un po’ di humour si diffonde contrastando l’aggressività reciproca che ogni tanto affiora nella fila “B”: come i capponi di Renzo Tramaglino, che si beccano fra loro mentre sono condotti insieme al patibolo. Quelli della fila “A” hanno i numeretti, non temono colpi di mano; noi diseredati, in compenso, abbiamo smesso di guardarci con sospetto, e ci scambiamo mezzi sorrisi e sospiri di rassegnazione, facezie e testimonianze di solidarietà. Intanto è trascorsa la prima ora.

Ore 10/30 — Ahi ahi… Un signore ha sbagliato fila! Aveva preso il numeretto, e invece doveva fare la fila “B”: messo alla porta con severità dalla butta-dentro/fuori in camice blu (una battagliera signora di mezz’età, che ha l’aria di averne dovute sbrogliare, di situazioni ben peggiori di questa), è accolto tutto sommato benevolmente dai compagni di sventura e collocato però in fondo alla fila “B”, non potendosi ragionevolmente stimare una posizione corrispondente alla sua effettiva ora di arrivo. In punizione per la sua sventatezza, si ritira a testa bassa in fondo al corridoio. Qualcuno cerca di confortarlo, ma sono lontani, non riesco a sentire. Mi sembra comunque una bella cosa.

Ore 10/45 — Si va verso il compimento della seconda ora, e qualche indizio di stanchezza è visibile nei più anziani, anche se occupano le poche, scomode panche di ferro e plastica disposte lungo i muri del budello. Il problema non è il caldo, perché adesso c’è un po’ di fresco artificiale (devono avere acceso un condizionatore, altrimenti non si spiega: ma allora, perché non prima?): il problema è l’anidride carbonica, siamo in troppi in troppo poco spazio non arieggiato, e anche le luci al neon alla lunga sono assai fastidiose per gli occhi. I quali già tendono a chiudersi man mano che l’ipo-ossigenazione agisce sull’encefalo abbassando il livello di vigilanza.

Ore 11/15 — “Mo’ che il tempo s’avvicina” era il titolo di una canzone di lotta che circolava nei movimenti antagonisti degli anni 1970, quando ero un giovane militante della sinistra extraparlamentare. E mo’ che si avvicina per me il momento in cui sarò ammesso nel Sancta-Santorum della Farmacia Territoriale, comincio a innervosirmi: la mia documentazione sarà corretta?, sarà completa?, dovrò litigare? Tra poco sapremo. Sento il “tifo” dei due in fila dopo di me, che ovviamente si augurano che io faccia presto: mi fanno cenni di incoraggiamento, uno alza il pollice nel classico gesto “thumbs up!”

Ore 11/30Esco anche io mestamente, come quel signore di prima, dalla stanza ove si è consumata una bruciante disillusione. Il nominativo del medico che ha redatto il Piano, in quanto afferente ad altra Regione, non è registrato in HAL.9000. La procedura ora è la seguente. La Farmacia Territoriale segnala alla Regione il nominativo e i dati di questo medico; dietro richiesta della Farmacia, la Regione «con i suoi tempi» (testuale) effettuerà la registrazione; dopodiché io tornerò a fare la fila “B”, e finalmente verrà registrato il Piano; a questo punto, con la prescrizione — in data non antecedente — si potrà avere il prodotto. By the way, sembra che HAL.9000 ignori anche il nome del mio medico di base, il che sorprende se si pensa che esercita da un quarto di secolo, avendo rilevato lo studio e il “pacchetto” pazienti del padre, storico e molto amato personaggio del quartiere. Staremo a vedere: un problema alla volta, giusto?

Ore 11/45 — Recupero l’automobile, incandescente sotto il sole spietato di questi giorni d’estate, infestati da un caldo senza precedenti. Ho imparato alcune cose che vi giro.  Il tesserino di plastica che avete ricevuto anni fa e che erroneamente considerate “sanitario”, in realtà è solo “fiscale”: siete stati tratti in inganno dal Ministero delle Finanze, che ve lo ha inviato con una lettera in cui era scritto: «sostituisce il libretto sanitario». Non era vero, ci siete cascati. Ritrovate o fatevi rifare alla ASL il libretto sanitario, con il vostro indirizzo e il nome del medico di base, potrebbe servire quando meno ve lo aspettate. Le signore della Farmacia (dottoressa, impiegata, infermiera) sono in realtà tre sante che passano tutta la mattina in un ambiente a dir poco malsano, navigando tra Scilla e Cariddi: nel backstage la burocrazia regionale, il cui strumento più perverso è HAL.9000, che ha trasformato il Piano Terapeutico in un Piano Diabolico ai danni di mia zia; e lì, sulla scena, nella vita vera, un plotone di cittadini che, seppure passivizzati e chiusi in un dignitoso silenzio o in un sommesso quanto vano borbottìo di protesta, non avendo nessun altro di preciso con cui prendersela, le giudicano delle scioperate e delle arpìe. Invece fanno una vitaccia, e meritano tutta la nostra comprensione… Vabbè, aspettiamo settembre. Intanto mia zia non ha la sua cura. Fino a quando?


  • http://www.ordinepsicologilazio.it/blog/mens-sana-in-corpore-sano/ Luana Morgilli

    Gran bel post…. molto vero.
    Leggendolo mi sono tornati in mente i mesi del mio servizio civile. Durante i 12 mesi trascorsi in un grande ospedale con utenza perlopiù oncologica, mi sono trovata ad affiancare diverse persone nelle mille trafile burocratiche. Sono stata diverse volte in fila al posto di persone stanche e malate che non avevano nessuno ad aiutarli. Ho sospirato tante volte pensando alle difficoltà dei malcapitati e ho avuto anche modo di vedere e quasi toccare con mano le difficoltà di chi sta dall’altra parte dello sportello. Un sistema lose-lose dove siamo tutti vittime.

    • Nadia Battisti

      Absurdistan ci ha ammaliati! Il suo individualismo ci ha stregati! Spesso le persone vivono queste esperienze solo come un fatto personale, questo è un grande problema. Absurdistan, purtroppo, siamo noi! Abbiamo smesso di fare la storia, che non è come ce l’hanno insegnata a scuola, fatta da grandi eroi, maghifici personaggi, geni praticamente solitari; la storia, invece, è fatta da gruppi di persone magari capaci di riconoscere in qualcuno la funzione di un buon leader. Ma accanto ad Absurdistan ci sono anche piccoli spazi di Wecanstan: sono, ad esempio, alcuni gruppi di genitori che per far godere ad un gruppo di bambini e altri genitori il parchetto vicino la scuola si armano di pazienza e si mettono a pulirlo e quei momenti diventano momenti di festa, e poi di labatorio artistico all’aperto per chi lo vuole, e poi in un Festival dell’Estare Romana in periferia, ma al centro delle loro vite e della loro esperienza di partecipazione sociale.
      Scusate non voleva essere una risposta solo a Luana, mi sono confusa nell’uso della funzione commenti. Il commento vale in generale rispetto al post e vuole interloquire con tutti gli altri commenti.

  • http://www.docart.it adolfo conti

    Confesso che a un certo punto della lettura del post, colto da vero e proprio malessere interiore, ho cominciato a distaccarmi vilmente dall’ empatia con Pietro Stampa e a perdermi nella ridda kafkiana di burocratici inciampi. Ma al di là di questo sentimento tutto personale , il post introduce un interessante nuovo elemento : nel paese di Absurdistan, cioè il nostro, anche coloro che sembrano essere nostri aguzzini, sono affetti talvolta dalla stessa sindrome di Stoccolma. Le tre pie donne della Farmacia fanno ogni giorno quella vita d’inferno che ai comuni mortali è concesso solo saltuariamente dall’altra parte dello sportello. Eppure l’accettano. Perchè ? Rassegnazione ? Sadomasochismo ? Automortificazione quaresimale ?

  • Alfredo Dragani

    Molto carino e purtroppo altrettanto vero.
    E’ quanto i pazienti raccontano, sconsolati o persino divertiti.
    Comunque sempre rassegnati…

  • Andrea Civitillo

    Un mese fa ho visto un reportage che mostrava immagini girate di nascosto a Crotone in un luogo simile all’angusto corridoio del post. Gli utenti in fila avevano creato un sistema di numerazione fai da te, gestito da in ragazzotto corpulento (anch’egli in attesa come gli altri) il quale si occupava anche di intrattenere e divertire la folla. Spero di stare alla larga il più possibile da questi piani diabolici fondati su diffidenza, autoriferiti….intanto vado a cercare il famoso libretto sanitario, ho avuto un violento impulso alla ricerca appena ho letto che il tesserino non lo sostituisce