Absurdistan

Europa: “à la guerre comme à la guerre” — o no?

Polonius [aside] —Though this be madness, yet there is method in’t.

Shakespeare, Hamlet, II, 2, 206

Il nostro collega Luigi D’Elia, nel suo post “a caldo” di domenica 15 novembre sull’attacco terroristico a Parigi, ci ha proposto alcune considerazioni perfettamente condivisibili. Resistere attraverso la “denutrizione” attiva del terrore: mi sembra un messaggio insieme emozionale e lucido, che sintetizza l’atteggiamento migliore da tenere ora e per un futuro che si annuncia, purtroppo, carico di ulteriori pericoli, e di ulteriori tragedie. Continuare a vivere la nostra quotidianità innalzando anche individualmente il livello di vigilanza: un po’ come vivono da sempre le persone comuni, le famiglie, in Israele. Pretendere una buona volta dai nostri governanti che le posizioni di responsabilità — soprattutto ma non solo — in materia di sicurezza, siano sempre e non occasionalmente ricoperte da funzionari scelti in base alla competenza e non all’appartenenza politica: un po’ come in tutti i Paesi normali. Pretendere che le Forze dell’ordine e la Magistratura siano provviste di risorse umane, mezzi e finanziamenti adeguati, così che — per esempio — gli agenti non siano più costretti, come spesso accade, a fare la colletta per rifornire di benzina le volanti, e i PM a portarsi da casa la carta per le fotocopie. Insomma, che tante cose comincino a marciare come in tutti i Paesi normali. E diventare un po’ fatalisti, pensando che forse da ora in poi sarà più probabile incappare in un attentato terroristico che trovarsi nella traiettoria di un vaso di fiori che cade da un balcone, ma meno che trovarsi su quella di un TIR che perde il controllo in autostrada.

Su una cosa sento di volermi differenziare da quanto scrive Luigi. C’è troppo metodo in queste azioni, perché si possano classificare come “follia”. C’è un mandante ben individuato, con una sua strategia politica; gruppi di fuoco con una eccellente preparazione nel campo della guerriglia urbana (che impiega tecniche completamente diverse da quelle del combattimento in campo aperto); c’è una logistica che richiede denaro, nascondigli per le armi e gli esplosivi, automobili, “case sicure”, documenti falsi. Tutti gli osservatori, negli ultimi giorni, hanno rilevato questo dato, mettendo in evidenza come ci segnali un “salto di qualità” del terrorismo islamico rispetto al passato.

Insomma, non abbiamo “solo” a che fare con alcune migliaia di psicopatici, ammesso che sia possibile tracciare un confine netto fra il fanatismo religioso e la malattia mentale. Abbiamo a che fare con il disegno di potere di una esigua minoranza di musulmani violenti, che in nome d’una interpretazione forzata della Legge coranica intendono sottomettere l’intero mondo arabo e musulmano al loro dominio; e noi siamo un bersaglio sussidiario, non primario, perché — lo hanno dichiarato da subito, nell’atto fondativo del “Califfato” — il loro nemico principale sono “i dittatori laici che opprimono le masse arabe” e gli Sciiti, non i Paesi occidentali. Ci odiano, certo: ma questo non è sufficiente per spiegare l’impegno paramilitare contro di noi. Noi siamo un bersaglio perché rappresentiamo un modello di vita pubblica a-confessionale e democratico, e in nome di questo negli ultimi venti e passa anni siamo intervenuti in Afghanistan, in Iraq, in Siria, in Libia — in realtà spinti piuttosto dall’interesse materiale, per difendere i sistemi di import-export del petrolio e del gas di cui quelle terre sono ricche. Oggi scontiamo le conseguenze di una dissennata politica estera neo-colonialista che si illudeva di poter determinare le dinamiche sociali di quei popoli con la sola forza delle nostre armi e delle nostre idee, estranee alle loro culture. Abbiamo sostenuto di essere “superiori” a loro, abbiamo teorizzato lo “scontro di civiltà”. Ecco i risultati. Neanche noi, vogliamo dircelo?, siamo “puliti”

Ora, con questo terrorismo di tipo nuovo, il “Califfato” ottiene anche un consistente vantaggio tattico su di noi: ci costringe a presidiare il nostro, di territorio, impegnando l’esercito in operazioni interne di polizia: e quindi meno “boots on ground” in Medio Oriente. Abbiamo l’aviazione, ci si dice, e loro no. Ma non è con i bombardamenti che saranno sconfitti: e poi, anche dopo che avessimo cancellato il “Califfato”, chi prenderebbe in mano le sorti economiche, politiche e organizzative di immensi territori disastrati? I Turchi martellano dall’aria e da terra i combattenti Curdi schierati contro il “Califfato” più spesso e volentieri che non gli “squadroni della morte” islamici, perché il loro obiettivo principale è di impedire la nascita di uno Stato curdo indipendente. Gli Americani ormai si fanno il petrolio in patria, e sembrano interessati solo a trovare una dignitosa “exit strategy”. I Russi dai tempi di Ivan il Terribile pensano prima di tutto a uno sbocco sul Mediterraneo che non costringa la flotta a passare dal Bosforo, e pur di restare nei porti siriani difendono Assad contro tutti i ribelli, anche contro quelli alleati delle forze occidentali. Forse solo gli Iraniani sarebbero in grado di occupare stabilmente l’area, ma i Sauditi e gli Israeliani sono, manco a dirlo, contrarissimi a questa eventualità. Sicché gli Iraniani, è evidente, hanno alzato la posta: se vogliamo che se la spiccino loro, dobbiamo lasciargli costruire la bomba atomica. Una bella prospettiva. Si intravedono all’orizzonte tempi incerti e terribili.

Ma torno a noi. Non è più vero che i bersagli in casa nostra siano i “luoghi-simbolo”: sono invece i luoghi (indifendibili) della vita quotidiana (bar, ristoranti, impianti sportivi, cinema e teatri…) È sul piano della vita quotidiana che dovremo rispondere, imparando ad adattare i nostri comportamenti giorno dopo giorno. I giapponesi convivono con i terremoti, e non li potranno mai debellare; noi per una generazione almeno dovremo convivere con il terrorismo, e potremo debellarlo solo se non ci faremo prendere dall’emotività, e agiremo tanto a livello personale che collettivo in modo razionale e riflessivo. E sapendo distinguere la minoranza dei nemici dell’occidente dalle centinaia e centinaia di milioni di musulmani che non chiedono altro che di vivere in pace, proprio come noi. Sono loro i nostri migliori alleati.


  • http://www.docart.it adolfo conti

    Non posso che condividere questo intervento. Aggiungo una considerazione riguardo gli scenari successivi alla progettata distruzione dall’aria delle strutture, delle forze umane del Califfato. Cosa si aspettano che succeda dopo in quei territori Francia Russia USA ( e ora anche Inghilterra ) ? E’ possibile che siano talmente sicuri di riuscire a far credere ancora all’opinione pubblica internazionale, a tutti noi che l’eliminazione fisica di un nemico corrisponda alla soluzione del problema ? Il fondamentalismo fanatico non aspetta altro che avere altri “martiri” per accendersi ancora di più. Io non sono uno psicologo, mi piacerebbe che chi ne ha le competenze tracciasse un profilo da questo punto di vista ( se possibile ) di chi sostiene questa strategia ” annientamento fisico del nemico=risoluzione di problema secolare e complesso”.