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"Quanto costa la felicità"
Data: 20/06/2007
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  Martedi 19 giugno 2007 San Rémy Isoré  

 
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INTERVISTA
Non solo economia: il benessere va misurato sempre più con fattori psicologici; e la politica deve adeguarsi. Parla Kahneman

Quanto costa la felicità

Il premio Nobel:«Siamo tutti dei conservatori: chi ha qualcosa tende a difenderla, mentre chi non ha niente da perdere è più disposto a rischiare»

Di Paola Springhetti

Ormai anche gli economisti hanno accettato l'idea che, per valutare il benessere di un Paese, non è sufficiente lo sviluppo economico; occorre valutare anche la felicità, ed usarla all'interno delle politiche economiche. La paternità degli studi che hanno dato scientificità a queste apparentemente semplici affermazioni è di Daniel Kahneman, unico psicologo ad avere vinto un Nobel per l'economia. Kahneman ha ricevuto ieri la laurea honoris causa in Psicologia alla Sapienza di Roma ed è intervenuto al convegno (che si conclude oggi in Campidoglio) «Psicologia ed economia della felicità: verso un cambiamento dell'agire politico», organizzato dall'Università e dall'ordine degli psicologi del Lazio. La cui presidente Marialori Zaccaria così introduce alle teorie del professore: «Kahneman ha sovvertito il concetto di benessere, riportando l'attenzione sulla persona, le sue relazioni, le emozioni. In quest'ottica vanno riviste le politiche sanitarie, ancora troppo puntate sulla cura delle malattie più che sulla costruzione del benessere generale. Inoltre gli individui hanno bisogno di ritrovare la dimensione della comunità, soprattutto ne hanno bisogno i giovani».
Professor Kahneman, l'idea che la felicità conti quanto o più del Pil è affascinante; ma c'è un sistema oggettivo e condiviso per misurarla?
«Sì. Ad esempio, l'istituto Gallup sta facendo una ricerca in 140 nazioni ed emerge chiaramente che esiste una correlazione tra il Pil e la soddisfazione di vita, ma anche che questa è fortemente correlata ad altri fattori, come la libertà e la fiducia. Le nazioni più felici sono quelle scandinave, e in particolare Svezia, Olanda ma soprattutto Danimarca. Vi abitano persone meno depresse, con più fiducia negli altri e più senso di amicizia».
Ma perché le società ricche non riescono a garantire la felicità?
«Perché costringono le persone a fare cose che esse non vorrebbero fare. Gli uomini ad esempio perdono molto tempo nel traffico, spesso non amano il lavoro che fanno, oppure lavorano troppo».
Resta il fatto che la percezione della propria felicità è influenzata da molti fattori. Tra l'altro, lei ha parlato di «focusing illusion» per indicare come, nel valutare benessere o malessere, ci lasciamo influenzare da elementi illusori.
«Il nostro umore è determinato dalle circostanze più immediate. Se sono a cena con amici, sto bene; se sono solo in mezzo al traffico, sto certamente peggio. Ma l'umore è condizionato anche da quello che accade, dalle novità che possono influenzare anche le circostanze immediate. L'euforia perché ho appena vinto alla lotteria probabilmente mi aiuterà ad affrontare anche il traffico; mentre se ho appena avuto un incidente e sono diventato paraplegico, il dolore mi rovinerà anche la cena con gli amici. Solo che le novità non durano: l'euforia per la vincita a poco a poco cala e lo stesso vale per il dolore dopo l'incidente. Dopo un po' non sono più un vincitore o un paraplegico "a tempo pieno", sposto su altro l'attenzione. Il fatto è che quando fissiamo la nostra attenzione su qualcosa, le diamo un'importanza eccessiva e questo è il motivo per cui molte persone desiderano ardentemente qualcosa e poi, quando la ottengono, scoprono che non sono affatto più felici».
Forse il problema è anche che siamo un po' pigri nella ricerca del benessere: penso alla sua teoria del «loss aversion», in base alla quale gli individui hanno paura di perdere qualcosa che hanno acquisito più di quanto gioiscano a guadagnare qualcosa. Vuol dire che siamo tutti dei conservatori?
«Probabilmente sì. Chi ha qualche cosa tende a difenderla, mentre chi non ha niente da perdere è più disposto a rischiare».
C'è modo di misurare l'infelicità? «Abbiamo messo a punto un sistema che si chiama Indice U (come Unpleasant), che permette di misurare la percentuale di tempo in cui una persona si sente infelice in un giorno. Tra le donne americane, ad esempio, questa percentuale è del 18%, fra quelle francesi del 16%».
E a cosa è dovuta questa differenza?
«Non è facile dirlo: l'utilizzo del tempo delle americane e delle francesi è simile. Però, ad esempio, per le prime il tempo dedicato al cibo è utilizzato anche per qualcos'altro (guidano, telefonano, lavorano), cosa che non succede alle seconde. E le francesi amano stare con i bambini più delle americane: magari perdono meno tempo di queste ultime ad accompagnarli di qua e di là, ma sono capaci di gustare il tempo passato con loro».
Immagino che dietro queste statistiche si nascondano, come sempre, delle disuguaglianze.
«La distribuzione del dolore è fortemente ineguale: poche persone soffrono molto, altre non soffrono quasi per niente. Queste statistiche dovrebbero influenzare le politiche della salute».
Come?
«Incentrandole più sul disagio mentale e sulle politiche dei tempi, in pratica sulla creazione di condizioni per vivere meglio».


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