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INTERVISTA Non solo economia:
il benessere va misurato sempre più con fattori
psicologici;
e la politica deve adeguarsi. Parla Kahneman
Quanto costa la felicità
Il premio
Nobel:«Siamo tutti dei conservatori: chi ha
qualcosa tende a difenderla, mentre chi non ha
niente da perdere è più disposto a rischiare»
Di Paola Springhetti
Ormai anche gli
economisti hanno accettato l'idea che, per
valutare il benessere di un Paese, non è
sufficiente lo sviluppo economico; occorre
valutare anche la felicità, ed usarla
all'interno delle politiche economiche. La
paternità degli studi che hanno dato
scientificità a queste apparentemente semplici
affermazioni è di Daniel Kahneman, unico psicologo
ad avere vinto un Nobel per l'economia. Kahneman
ha ricevuto ieri la laurea honoris causa in
Psicologia
alla Sapienza di Roma ed è intervenuto al
convegno (che si conclude oggi in Campidoglio)
«Psicologia
ed economia della felicità: verso un cambiamento
dell'agire politico», organizzato
dall'Università e dall'ordine degli psicologi
del Lazio. La cui presidente Marialori
Zaccaria
così introduce alle teorie del professore:
«Kahneman ha sovvertito il concetto di
benessere, riportando l'attenzione sulla
persona, le sue relazioni, le emozioni. In
quest'ottica vanno riviste le politiche
sanitarie, ancora troppo puntate sulla cura
delle malattie più che sulla costruzione del
benessere generale. Inoltre gli individui hanno
bisogno di ritrovare la dimensione della
comunità, soprattutto ne hanno bisogno i
giovani». Professor Kahneman, l'idea che la
felicità conti quanto o più del Pil è
affascinante; ma c'è un sistema oggettivo e
condiviso per misurarla? «Sì. Ad esempio,
l'istituto Gallup sta facendo una ricerca in 140
nazioni ed emerge chiaramente che esiste una
correlazione tra il Pil e la soddisfazione di
vita, ma anche che questa è fortemente correlata
ad altri fattori, come la libertà e la fiducia.
Le nazioni più felici sono quelle scandinave, e
in particolare Svezia, Olanda ma soprattutto
Danimarca. Vi abitano persone meno depresse, con
più fiducia negli altri e più senso di
amicizia». Ma perché le società ricche non
riescono a garantire la felicità? «Perché
costringono le persone a fare cose che esse non
vorrebbero fare. Gli uomini ad esempio perdono
molto tempo nel traffico, spesso non amano il
lavoro che fanno, oppure lavorano
troppo». Resta il fatto che la percezione
della propria felicità è influenzata da molti
fattori. Tra l'altro, lei ha parlato di
«focusing illusion» per indicare come, nel
valutare benessere o malessere, ci lasciamo
influenzare da elementi illusori. «Il nostro
umore è determinato dalle circostanze più
immediate. Se sono a cena con amici, sto bene;
se sono solo in mezzo al traffico, sto
certamente peggio. Ma l'umore è condizionato
anche da quello che accade, dalle novità che
possono influenzare anche le circostanze
immediate. L'euforia perché ho appena vinto alla
lotteria probabilmente mi aiuterà ad affrontare
anche il traffico; mentre se ho appena avuto un
incidente e sono diventato paraplegico, il
dolore mi rovinerà anche la cena con gli amici.
Solo che le novità non durano: l'euforia per la
vincita a poco a poco cala e lo stesso vale per
il dolore dopo l'incidente. Dopo un po' non sono
più un vincitore o un paraplegico "a tempo
pieno", sposto su altro l'attenzione. Il fatto è
che quando fissiamo la nostra attenzione su
qualcosa, le diamo un'importanza eccessiva e
questo è il motivo per cui molte persone
desiderano ardentemente qualcosa e poi, quando
la ottengono, scoprono che non sono affatto più
felici». Forse il problema è anche che siamo
un po' pigri nella ricerca del benessere: penso
alla sua teoria del «loss aversion», in base
alla quale gli individui hanno paura di perdere
qualcosa che hanno acquisito più di quanto
gioiscano a guadagnare qualcosa. Vuol dire che
siamo tutti dei conservatori? «Probabilmente
sì. Chi ha qualche cosa tende a difenderla,
mentre chi non ha niente da perdere è più
disposto a rischiare». C'è modo di misurare
l'infelicità? «Abbiamo messo a punto un sistema
che si chiama Indice U (come Unpleasant), che
permette di misurare la percentuale di tempo in
cui una persona si sente infelice in un giorno.
Tra le donne americane, ad esempio, questa
percentuale è del 18%, fra quelle francesi del
16%». E a cosa è dovuta questa
differenza? «Non è facile dirlo: l'utilizzo
del tempo delle americane e delle francesi è
simile. Però, ad esempio, per le prime il tempo
dedicato al cibo è utilizzato anche per
qualcos'altro (guidano, telefonano, lavorano),
cosa che non succede alle seconde. E le francesi
amano stare con i bambini più delle americane:
magari perdono meno tempo di queste ultime ad
accompagnarli di qua e di là, ma sono capaci di
gustare il tempo passato con loro». Immagino
che dietro queste statistiche si nascondano,
come sempre, delle disuguaglianze. «La
distribuzione del dolore è fortemente ineguale:
poche persone soffrono molto, altre non soffrono
quasi per niente. Queste statistiche dovrebbero
influenzare le politiche della
salute». Come? «Incentrandole più sul
disagio mentale e sulle politiche dei tempi, in
pratica sulla creazione di condizioni per vivere
meglio».
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