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Psicologia nelle carceri italiane
 
Roma 16 ottobre 2007
 
Ord. Naz. Psicologi
 
 


Rischio rivolta nelle carceri: gli psicologi lanciano l’allarme

Solo 20 gli psicologi di ruolo nei 205 penitenziari italiani, meno di 12 minuti al mese di assistenza psicologica a detenuto: impossibile la reale riabilitazione.

A poco più di un anno dall’indulto, la situazione nei penitenziari italiani non è cambiata di molto: dopo l’uscita di più di 1/3 dei reclusi, un detenuto su 5 è tornato a delinquere.

Un ruolo troppo spesso secondario è quello dello psicologo, che dovrebbe sostenere il detenuto nella riabilitazione psico-sociale durante il periodo di reclusione. Nella pratica quotidiana, invece, nei 205 penitenziari italiani, operano solo 404 psicologi: 90 sono impiegati nel "servizio nuovi giunti", ossia intervengono nel primo colloquio, 294 si occupano dell’attività di "osservazione e trattamento", che è successiva al primo intervento e solo 20 sono gli psicologi penitenziari di ruolo.

In ogni carcere il numero massimo di ore mensili previsto di assistenza psicologica è di 64 ore, nella sostanza se ne fanno meno della metà, circa 30, questo significa meno di 12 minuti al mese per detenuto.

A questo si aggiunge l’imbarazzante situazione economica degli psicologi penitenziari: al primo gennaio 2007, dopo l’aumento di 0,49 euro l’ora, il compenso orario lordo è di 17,63 euro (più il 2% del contributo previdenziale obbligatorio), una cifra che non rispetta la professionalità richiesta.

“Questi dati confermano – spiega Alessandro Bruni, Presidente della Società Italiana Psicologi Penitenziari - come le carceri vengono ancora oggi considerate semplici luoghi di detenzione e di esclusione di cittadini dal resto della società e non uno dei posti in cui, oltre all’espiazione della colpa, è offerta la possibilità di un recupero”.

Il quadro delineato è solo una conseguenza della situazione di crisi in cui versa il servizio sanitario, che da anni vive una fase di crescente complessità sia per la rilevante presenza di detenuti affetti da gravi patologie, sia per la progressiva diminuzione degli stanziamenti di bilancio, che nell’ultimo decennio si sono ridotti del 40%, a fronte di un aumento della popolazione detenuta che ha toccato le 61.000 unità nel primo semestre 2006.

A dare la fotografia di un malessere è una recente indagine Eurisko svolta in 25 istituti penitenziari italiani. Su 205 carceri, 160 sono case circondariali, 37 sono case di reclusione e 8 gli istituti per le misure di sicurezza, affollati soprattutto di stranieri: il 37% di tutti i detenuti sono marocchini (20%), romeni (15%), albanesi (12%) e tunisini (10%).

Almeno il 62% dei detenuti, inoltre, ha una patologia che necessita di un intervento specialistico, il 43,5% di questi ha problemi psicologici o psichiatrici, il 28,3% una malattia virale cronica, in primis l'epatite C che segnala un’incidenza del 35%, il 50% e' tossicodipendente, il 15% e' sieropositivo. Seguono una decina di casi di tubercolosi e un disagio psico-sociale dilagante che colpisce praticamente tutti.

L’affollamento e le condizioni di vita degradanti delle carceri italiane, quindi, sono le meno indicate per un reale recupero del detenuto. “La tensione ed il malessere dominante determinano un aumento dell’aggressività che - spiega Giuseppe Luigi Palma, Presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi – potrebbe portare nei prossimi anni a disordini significativi”. Non a caso, questa mancanza di “dignità” e di attenzione ha portato nei primi cento giorni del 2006, ad un’incidenza del 67% di casi di suicidio sul totale dei decessi, questo a dimostrazione che il trattamento dei detenuti andrebbe tutelato a partire dal diritto alla salute, sancito dall’articolo 32 della nostra Costituzione. Nello stesso periodo del 2007 i casi di suicidi sono scesi al 18% sul totale dei decessi, un calo dovuto soprattutto al provvedimento dell'indulto.

“L’allarme lanciato oggi unitariamente sulla base dei dati che più fonti rilevano – dichiara il Presidente dell’Ordine degli psicologi del Lazio, Marialori Zaccariaè un altro segnale della scarsa considerazione della figura dello psicologo nelle carceri, confermata dalle recenti dichiarazioni di Simonetta Matone, Sostituto Procuratore presso il Tribunale dei Minori di Roma che ha criticato l’eccessiva indulgenza degli psicologi nei confronti dei detenuti e la loro incapacità tecnica di scandagliare l’animo umano. Dichiarazioni

prosegue Zaccaria – che non sono state smentite e per le quali ci muoveremo nelle sedi opportune a tutela della categoria”.

“Il principio della continuità terapeutica e di riabilitazione psicologica, quindi – afferma Mario Sellini, Segretario dell’AUPI, Associazione Unitaria Psicologi Italiani -rappresenta un punto cardine per la salute mentale del detenuto. Il processo di rieducazione e reinserimento del condannato non deve essere separato dalla punizione e dalla pena”.

Nel primo semestre del 2007, infatti, secondo un’analisi del Ministero della Giustizia, solo 10 misure alternative su 7.304 sono state revocate a seguito di un nuovo reato.

La percentuale, pari allo 0,14%, risulta la più bassa degli ultimi 10 anni. Questo dato è anche il risultato dell’attività svolta dai consulenti psicologi che “pur con estrema difficoltà e con situazioni contrattuali precarie – prosegue Sellini - svolgono compiti delicati ed estremamente importanti per le disposizioni dei giudici”.

“Resta quindi il nodo: - sottolinea il Presidente Palma - un sistema penale in cui lo psicologo diventi parte integrante dell’istituzione penitenziaria con l’incarico di monitorare costantemente la condizione dei detenuti anche a supporto degli altri operatori. Un passo avanti sarebbe rappresentato dalle assunzioni già previste degli psicologi ”.

“Nel riassetto della medicina penitenziaria gli psicologi resteranno sotto la competenza del Ministero della Giustizia – conclude Zaccaria - mentre tutti gli altri professionisti del ruolo sanitario passeranno al Ministero della Salute; ad un anno di distanza dalla conclusione del concorso 39 psicologi non sono ancora stati assunti. La carenza della figura dello psicologo nelle carceri si ribalta, così, sui detenuti ai quali non viene assicurato il diritto alla salute al pari di ogni libero cittadino”.

   
 







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