Rischio rivolta
nelle carceri: gli psicologi lanciano
l’allarme
Solo 20 gli
psicologi di ruolo nei 205 penitenziari italiani, meno di 12
minuti al mese di assistenza psicologica a detenuto:
impossibile la reale riabilitazione.
A poco più di un
anno dall’indulto, la situazione nei penitenziari italiani non
è cambiata di molto: dopo l’uscita di più di 1/3 dei reclusi,
un detenuto su 5 è tornato a delinquere.
Un ruolo troppo
spesso secondario è quello dello psicologo, che dovrebbe
sostenere il detenuto nella riabilitazione psico-sociale
durante il periodo di reclusione. Nella pratica quotidiana,
invece, nei 205 penitenziari italiani, operano solo 404
psicologi: 90 sono impiegati nel "servizio nuovi giunti",
ossia intervengono nel primo colloquio, 294 si occupano
dell’attività di "osservazione e trattamento", che è
successiva al primo intervento e solo 20 sono gli psicologi
penitenziari di ruolo.
In ogni carcere il
numero massimo di ore mensili previsto di assistenza
psicologica è di 64 ore, nella sostanza se ne fanno meno della
metà, circa 30, questo significa meno di 12 minuti al mese per
detenuto.
A questo si
aggiunge l’imbarazzante situazione economica degli psicologi
penitenziari: al primo gennaio 2007, dopo l’aumento di 0,49
euro l’ora, il compenso orario lordo è di 17,63 euro (più il
2% del contributo previdenziale obbligatorio), una cifra che
non rispetta la professionalità
richiesta.
“Questi dati
confermano – spiega Alessandro Bruni,
Presidente della Società Italiana Psicologi Penitenziari - come le carceri vengono
ancora oggi considerate semplici luoghi di detenzione e di
esclusione di cittadini dal resto della società e non uno dei
posti in cui, oltre all’espiazione della colpa, è offerta la
possibilità di un recupero”.
Il quadro
delineato è solo una conseguenza della situazione di crisi in
cui versa il servizio sanitario, che da anni vive una fase di
crescente complessità sia per la rilevante presenza di
detenuti affetti da gravi patologie, sia per la progressiva
diminuzione degli stanziamenti di bilancio, che nell’ultimo
decennio si sono ridotti del 40%, a fronte di un aumento della
popolazione detenuta che ha toccato le 61.000 unità nel primo
semestre 2006.
A dare la
fotografia di un malessere è una recente indagine Eurisko svolta in 25
istituti penitenziari italiani. Su 205 carceri, 160 sono case
circondariali, 37 sono case di reclusione e 8 gli istituti per
le misure di sicurezza, affollati soprattutto di stranieri: il
37% di tutti i detenuti sono marocchini (20%), romeni (15%),
albanesi (12%) e tunisini (10%).
Almeno il 62% dei
detenuti, inoltre, ha una patologia che necessita di un
intervento specialistico, il 43,5% di questi ha problemi
psicologici o psichiatrici, il 28,3% una malattia virale
cronica, in primis l'epatite C che segnala un’incidenza del
35%, il 50% e' tossicodipendente, il 15% e' sieropositivo.
Seguono una decina di casi di tubercolosi e un disagio
psico-sociale dilagante che colpisce praticamente
tutti.
L’affollamento e
le condizioni di vita degradanti delle carceri italiane,
quindi, sono le meno indicate per un reale recupero del
detenuto. “La tensione
ed il malessere dominante determinano un aumento
dell’aggressività che - spiega Giuseppe Luigi Palma,
Presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi
– potrebbe portare nei
prossimi anni a disordini significativi”. Non a caso,
questa mancanza di “dignità” e di
attenzione ha portato nei primi cento giorni del 2006, ad
un’incidenza del 67% di casi di suicidio sul totale dei
decessi, questo a dimostrazione che il trattamento dei
detenuti andrebbe tutelato a partire dal diritto alla salute,
sancito dall’articolo 32 della nostra Costituzione. Nello
stesso periodo del 2007 i casi di suicidi sono scesi al 18%
sul totale dei decessi, un calo dovuto soprattutto al
provvedimento dell'indulto.
“L’allarme
lanciato oggi unitariamente sulla base dei dati che più fonti
rilevano – dichiara il
Presidente dell’Ordine degli psicologi del Lazio, Marialori Zaccaria –
è un altro segnale
della scarsa considerazione della figura dello psicologo nelle
carceri, confermata dalle recenti dichiarazioni di Simonetta Matone,
Sostituto Procuratore presso il Tribunale dei Minori di Roma
che ha criticato l’eccessiva indulgenza degli psicologi nei
confronti dei detenuti e la loro incapacità tecnica di
scandagliare l’animo umano. Dichiarazioni
–
prosegue Zaccaria
– che non sono state
smentite e per le quali ci muoveremo nelle sedi opportune a
tutela della categoria”.
“Il principio
della continuità terapeutica e di riabilitazione psicologica,
quindi – afferma Mario Sellini,
Segretario dell’AUPI, Associazione Unitaria Psicologi Italiani
-rappresenta un punto
cardine per la salute mentale del detenuto. Il processo di
rieducazione e reinserimento del condannato non deve essere
separato dalla punizione e dalla
pena”.
Nel primo semestre
del 2007, infatti, secondo un’analisi del Ministero della
Giustizia, solo 10 misure alternative su 7.304 sono state
revocate a seguito di un nuovo reato.
La percentuale,
pari allo 0,14%, risulta la più bassa degli ultimi 10 anni.
Questo dato è anche il risultato dell’attività svolta dai
consulenti psicologi che “pur con estrema
difficoltà e con situazioni contrattuali precarie – prosegue
Sellini - svolgono compiti delicati ed estremamente importanti
per le disposizioni dei giudici”.
“Resta quindi il
nodo: - sottolinea il
Presidente Palma -
un sistema penale in
cui lo psicologo diventi parte integrante dell’istituzione
penitenziaria con l’incarico di monitorare costantemente la
condizione dei detenuti anche a supporto degli altri
operatori. Un passo avanti sarebbe rappresentato dalle
assunzioni già previste degli psicologi
”.
“Nel riassetto
della medicina penitenziaria gli psicologi resteranno sotto la
competenza del Ministero della Giustizia – conclude Zaccaria - mentre tutti gli altri
professionisti del ruolo sanitario passeranno al Ministero
della Salute; ad un anno di distanza dalla conclusione del
concorso 39 psicologi non sono ancora stati assunti. La
carenza della figura dello psicologo nelle carceri si ribalta,
così, sui detenuti ai quali non viene assicurato il diritto
alla salute al pari di ogni libero
cittadino”.